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I racconti del nonno – La Guardia del varco.

 

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In memoria di Alberto “Buzzichetto”

La Guardia Del Varco.

       Lo aveva svegliato all’alba; gli aveva dato una sciacquata veloce al viso con l’acqua corrente dal rubinetto della cucina, acqua sempre fresca; non gli aveva lavato nemmeno i denti ma tanto dovevano andare in campagna e poi ci avrebbero pensato le donne di casa al loro ritorno a dargli una bella lavata, in ogni caso non avevano ancora fatto colazione.
«Che voe l’ciambellone de la nonna… o le savojarde?» aveva chiesto suo nonno a Matteo porgendogli un scatola di metallo che in passato aveva custodito altri biscotti confezionati.
Matteo aveva optato per il ciambellone e ne aveva divorata un’enorme fetta ma dopo il primo sorso di latte e caffé che gli aveva servito nonno Mario, gli erano venute le forze di stomaco. «A Mattè, mo che fae come al solito tuo?! … e beve sto latte no!?».
Matteo aveva spostato deciso la tazza del latte con tutte e due le mani di fronte a se, in direzione del nonno che gli stava seduto davanti, aveva afferrato un’altra fetta di ciambellone divorando anche questa. «Fa schifo sto latte …a no!… è amarognolo!» gli aveva risposto con espressione schifata lamentandosi e insistendo, corrucciando fronte e sopracciglia, e di sicuro non si sarebbe mai più avvicinato quella tazza di latte. Nonno Mario, alla parola “schifo” stava per scattare su tutte le furie; di riflesso s’era girato verso i contenitori delle spezie e si era accorto che dentro a latte e caffè del nipote aveva messo, poco prima, tre cucchiaini di sale…e poi un quarto per addolcirlo meglio! Quando lo assaggiò per assicurarsene vennero le forze di stomaco anche a lui. «Paaaaace de monnooooo!!» aveva esclamato a voce alta Mario e aggiungendo «Buttamo tutto Mattè…e annamesene ch’è tarde!!» cercando di fuorviare il piccoletto.
Era iniziata così quella giornata di sabato per Matteo e suo nonno, fra l’acqua gelida della cucina e il sale nel latte e caffè e così, fra una risata e l’altra, i due si erano allontanati per andare a prendere il ciuco alla stalla.
«N’dove annamo stamattina no’?» aveva chiesto Matteo curioso mentre il nonno preparava l’asino con la bardella di cuoio imbottita, briglie e capezza.
«Stamattina annamo a Monte Ventoso Mattè…», aveva fatto una breve pausa perché sapeva che suo nipote non aspettava altro che una delle sue fantasiose spiegazioni e poi, per iniziare la storiella, aveva aggiunto:«…Ma prima famo un sarto a le Spiagge…c’è l’zi Egidio che c’aspetta li, e mesà che ce vene pure lu a Monte Ventoso!».
Ah! Matteo non stava più nella pelle, quello era il suo habitat, la campagna, gli animali, la natura, il fiume che passava fra le colline le strade fra i boschi e le carrettiere che portavano in posti irraggiungibili con qualunque altro mezzo di trasporto a motore. In quei posti la pace era assicurata e, in quel periodo non c’erano molte moto da fuori strada e da cross in giro per quegli spazi verdi e le forze dell’ordine erano libere di fare il loro lavoro, limitando la circolazione nelle zone vietate.
Prime mattine di primavera; nonna Nena e mamma Annetta in viaggio per Roma, Mario, Matteo e il ciuco, prima verso “le spiagge” e poi a “Monte Ventoso”. «Che te porto pe pranzo Mattè? pane e formaggio come l’nonno…o la mortatella col presciutto?» aveva chiesto nonno Mario a un eccitatissimo Matteo, che ormai scalpitava correndo avanti e indietro, avrebbe persino digiunato anche le settimane successive pur di sbrigarsi a partire se glielo avessero chiesto.
Il nipote non gli aveva nemmeno risposto e, fra una scarrozzata e l’altra per casa, aveva alzato le spalle come per dire «…A ‘Nno’! fa come te pare…basta che annamo…», ed era già in fondo alle scale di casa impaziente di salire sul suo “cavallo”, alla conquista dei mondi fantastici che suo nonno gli avrebbe presentato di li a qualche momento.
Come sempre arrivarono per tempo; zio Egidio aveva raccolto verdure e frutta per il nonno, e questi aveva ben stipato il tutto nelle ceste di Bianchino, il ciuco neopromosso cavallo “puro sangue” e poi via, verso Monte Ventoso e tutte le sue avventure. «OH!, mo che arrivamo al sodo nun fa come al solito…che po’ me tocca vanì a cercatte!…vojo dì…gioca, ma nun te allontanà da le rimessine, nun te avvicinà al fosso e nun entrà ne la macchia!» gli aveva intimato “Scivoletta” mentre scendevano il pendio verso il fiume insieme al somaro; e mentre arrivavano vicino al corso d’acqua, che scorreva sinuoso nel suo letto fra alcune colline e Monte Ventoso, Ser Matteo Del Paesello, da sopra il suo destriero, aveva risposto parecchio contrariato «Se…vabbè, a ‘nno’! allora nun posso fa gnente!».
Nonno Mario, che credeva di non essere visto, se la rideva sotto i baffi (che non aveva mai avuto!), pensando a quella escalmazione e a quanto poteva essere irrequieto e scaltro un bambino di appena cinque anni; un bambino che aveva già visto quell’accenno di sorriso anche se era alla sue spalle, persino da sopra il “destriero”; un giovanissimo uomo che giorno dopo giorno, per istinto di sopravvivenza, aveva imparato a costruire regni fantastici, paesaggi unici, mattone magico dopo mattone magico, fra creature buone e creature maligne, tra “Fusarello” e “Giuccamatta”, fra “Firulí” , “lo spaventapasseri”, “la morte cazzuta” e “la famiglia di lupi mannari”.
Scivoletta non aveva nemmeno l’ombra dell’idea di quanto, quel mezzo sorriso, era importante per Matteo, o forse lo sapeva, forse ne conosceva la potenza, conosceva la forza di quella sua espressione scanzonata, più di ogni altro. Quell’espressione non era altro che il suo nullaosta per Matteo, il lasciapassare per accedere ad un altro mondo, fuori dal controllo della fredda logica umana, quel mondo esclusivamente suo, dove morivano solo i cattivi dove gli eroi come suo nonno avrebbero vissuto in eterno e dove lui a sua volta sarebbe cresciuto protetto da un fauno, un’elfa, una strega e l’orco.
Zio Egidio non si era unito al gruppo rimanendo alle “spiagge”, così veniva chiamata quella località da tutta la famiglia Scivoli, dove zio Egidio aveva il suo pezzo di terra; Matteo poteva solo immaginare il perché di quel nome e, nella sua testa, le ipotesi diventavano infinite.
Arrivarono al podere di Monte Ventoso mentre strada facendo avevano raccattato personaggi che solo quelli come lui potevano vedere. Alcune di quelle creature cantavano, saltellavano fischiettando o correvano qua e là dietro al suo destriero; altre li seguivano di nascosto da dietro le siepi e ogni volta che nonno Mario ne nominava una, come per magia, questa si materializza; solo a seconda del racconto del nonno poteva rimanere o…andare, come fosse veramente lui a comandarle; forse, dipendeva proprio dalla forza delle sue parole.
I giullari, ad esempio, facevano sempre una brutta fine; a volte, fra una risata e l’altra, venivano scalciati dal suo fedele compagno a quattro zampe, altre volte venivano colpiti da meteoriti vacanti e si disintegravano fra gli schiamazzi, in ogni caso il loro era quasi sempre un breve destino.
Mentre alcuni personaggi scomparivano imminenti, altri rimanevano giornate intere a fargli compagnia e a vivere con lui le avventure del suo mondo.
«Allora!» anticipò Scivoletta, «Mo che arrivamo…legamo l’sumaro a ‘na pianta di qua dal fiume…e annamo di la a piedi, passamo su le sasse…sta attente a ndove mette le piede…e nun fa come fae tu, che nun sente manco mezza messa!» aveva esordito Mario.
Era li che cominciava tutto. Nonno Mario si era preso cura di un pezzo di terra per qualche ora, fino a mezzo giorno più o meno, poi aveva preso alcune vacche e le aveva portate al pascolo e mentre insieme al nipote scendeva verso una valle li vicino, qualcosa attirò l’attenzione di Matteo. «A ‘nno’!» esclamò con sorpresa richiamando l’attenzione di Mario: «Che so’ quelle?» aveva continuato indicando una parete di roccia costellata di strani frutti rossi. Il nonno con pazienza si era arrampicato scalando per un paio di metri la parete di roccia, aveva raccolte quattro di quei frutti «Due per omo…» gli aveva detto cercando di spiegargli cosa fossero: «Cerase marine Mattè…so’ sarvatiche e se magneno cossì», le aveva sciacquate con l’acqua di una piccola damigiana che portava a tracolla insieme a quella col vino e dopo averne assaggiata una, un paio ne passò al nipote.
Matteo assaggiò quello strano frutto per la prima volta, era dolce e leggermente farinoso, ma buono e mangiò anche l’altro.
Attraversarono così il fiume e una volta dall’altra parte lui rimase a giocare in una piccola area circoscritta, delimitata da alcune stecconate per le bestie su un lato, una lunga siepe di confine e la strada che avrebbe riportato al fiume, nonno e nipote, dall’altro lato e poi…il buio totale.
Ricordava solo un forte giramento di testa, un vortice che molto velocemente lo aveva inghiottito.
«E tu chi see ?» aveva chiesto Matteo, infreddolito mentre balbettava tremando, ad un uomo grande e grosso che si era avvicinato uscendo come dal nulla.
Sembrava essere uscito da una coltre di nebbia in mezzo alla neve; «Piacere, so’ l’Generale Inverno…» si presentò quel signore in una strana divisa verde e blu, impellicciata. «Aò me parghe proprio Buzzichetto, la guardia…» gli confidò sorpreso il giovane che continuava a fissarlo di traverso e battendo i denti dal freddo.
«Chi? » chiese sorpreso questi mentre si toglieva la grossa mantella di pelliccia a scacchi verde e blu, con rifiniture e bottoni d’argento e, prendendo Matteo con una enorme mano, ce lo avvolse fino a coprirlo completamente. «No Mattè, so’ il Generale INVERNOOO…!» gli rispose a voce alta il gigante un po’ adirato. «Aò…sarà!… ma a me… me parghe proprio Alberto la guardia», ribadì con un po’ di insistenza Matteo.
Il giovane non ricordava come fosse arrivato li, in mezzo alla neve. Tornando a ritroso nel tempo, con la mente, non riusciva ad andare oltre la parete di roccia costellata dei frutti rossi, le “cerase marine” che poco prima aveva mangiato e dove era tornato per assaggiarne altri e ne aveva fatta una bella scorpacciata, ma nel mezzo non c’era niente, il vuoto. Solo un vortice che veloce lo aveva inghiottito. «Albè ma che stamo a fa qui…? io nun me ricordo manco chi so’ fio!» confidò Matteo. «Primo…nun so’ Alberto e secondo…n’hae fatta un’antra de le tue!» gli rispose il generale dal suo metro e novanta, dietro una folta ed importante barba grigia e, dopo essersela massaggiata per un po’ mentre se lo guardava parecchio incuriosito, riprese a dirgli «Pe adesso avemo solo da aspettà l’tu nonno Scivolotta…e, nel frattempo io te fo la guardia».
«aaaaaa allora see la guardia!», rispose secco Matteo.
«Aridajeeeee, Noneeeeeeeeee!» ribadì il generale con disapprovazione e tono ancora più annoiato, puntualizzando: «Te devo solo fa…la guardia a te!».
La conversazione proseguì così con le insistenti domande di Matteo e le vaghe risposte del generale inverno. L’Autorità del mondo di Matteo, spiegò lui che questa volta non era stata del tutto colpa sua, o meglio che per metà era responsabilità di suo nonno.
«Aò!» rispose secco e risentito Matteo, «L’mi nonno nun se tocca».
«E chi te lo tocca!» gli assicurò il generale.
Sebbene Matteo avesse smesso di tremare e battere i denti, sentiva che sotto quel mantello colorato stava più al sicuro e che sarebbe stato meglio per lui rimanere la, insieme al Generale “Inverno”.
D’un tratto il cielo, che fino a poco prima era un’uniforme macchia minacciosa grigionera, iniziò con sorpresa a schiarirsi e il sole squarciava le nuvole; tiepidi e lucenti i suoi raggi illuminavano tutto e la neve si stava vistosamente sciogliendo, quando Matteo, curioso, chiese al generale «Ma si qui c’è la neve, nun dovrebbe esse inverno?». Il Generale fece un grosso sospiro poi rispose:«No Mattè, qui, adesso nun’è proprio inverno…e c’ha ragione Scivoletta, see proprio curioso sa!!».
Quel signore così impostato nella sua divisa, che non si capiva di quale ordinamento fosse, mentre passeggiava impettito avanti e indietro a passo cadenzato, raccontò al piccolo Matteo diverse storie di quel posto, storie alle quali era veramente difficile credere ma entrambi dovevano far scorrere il tempo e si assecondarono con piacere vicendevolmente. Il generale cercò di rispondere a tutte le domande del piccolo Matteo che continuava a sostenere che fosse “Alberto la guardia” e Matteo accettò l’idea che suo nonno fosse uno dei: “guardiani del varco”.
Un Guardiano del Varco…tse tse, lo considerava si un eroe, ma suo nonno, addirittura un guardiano del varco, chi glielo avrebbe mai detto; gli veniva da ridere al solo pensiero ma li per li fece finta di niente, in fondo tutte quelle esilaranti storielle del Generale gli piacevano, erano simili a quelle del nonno.
Finchè non iniziò a sudare sotto quel pesante mantello e sotto il sole, che ormai aveva asciugato anche le nubi.
«Me gira la testa generà…o invè … o Albè, nun so’ più come chiamatte!» esclamò preoccupato Matteo. Si scoprì tirando via di forza il mantello poi continuò «N’dove è l’mi nonno?» sempre più agitato, «Sta tranquillo Mattè che mo arriva» gli rispose il generale prendendolo in braccio e stringendolo al petto.
Matteo sentì una forte pressione e il senso di vertigine aumentava mentre tutto intorno girava come se stesse su una giostra; la neve si scioglieva sempre più velocemente e scompariva quasi a vista d’occhio e tutto intorno a lui si muoveva in modo accelerato, persino la terra sembrava ruotare più in fretta, ebbe anche la sensazione che stesse per fare buio troppo presto, ma non fece in tempo ad arrivare la notte perché appena il mondo attorno a lui smise di girare si ritrovò sdraiato su un letto con a fianco sua nonna che con un piccolo asciugamano gli bagnava la fronte e il generale inverno affianco a lei che le spiegava per tranquillizzarla :«Nun ve preoccupate Nena… è solo ‘na magnata de cerase marine… só mpo’ alcoliche, lo sanno tutte!».
«Si, lo so’, ma lo sa pure quel morammazzato de Mario…» rispose nonna Nena evidentemente arrabbiata mentre Alberto cercava ancora di calmarla.
Nel frattempo Matteo stava riprendendo lucidità e tutto il resto in torno a lui si fermava definitivamente. Finalmente riuscì ad inquadrare quell’omone con la barba grigia e gli occhi azzurri.
«…a Generà! ma ch’è successo?» chiese confuso Matteo. «Seeeeeeeeee, magari ero generale Mattè!!» sbottò il vigile urbano, frenato solo da una sonora risata ew poi riprese: «Sò Alberto…la guardia, e tu…te see mbriacato co le cerase marine ahahahah». Ma ecco che, da dietro quell’armadio in divisa da vigile urbano, sbucava un ometto tutto improfumato d’acqua velva, bello pettinato, imbrillantato e impomatato. «A Mattè nun te posso portà più lontano de le caselle de le galline che fae subito danno!» questa volta erano scoppiati a ridere tutti, tranne nonna Nena, che invece tutta “urtata”, come s’era avvicinato il marito, aveva ripreso a sistemare la cucina farfugliando parole poco comprensibili.
Matteo non ci stava capendo più niente, chi era il generale? chi era la guardia? e cosa ci faceva li, dopo qualche momento l’unica cosa che aveva realizzato era solo il fatto che si trovava a casa dei nonni, accudito come sempre dalla Nena, con Alberto che a quel punto non sapeva più quale ruolo avesse in tutta quella storia, ma di ciò non gliene importava niente, Generale Inverno o Alberto La Guardia (come lo chiamavano tutti) aveva capito che era stato lui a riportarlo alla realtà, lo aveva riportato a casa.
«Allora Mario! Io ve saluto e me ne vo’ ho da annà al commune a firmà du carte!» disse Alberto, dandogli del voi come faceva di consueto con le persone più anziane del paese e col cappello bianco sotto al braccio si era avviato verso le scale che portavano all’uscita.
«Grazie de tutto Albè…te voe pià n’antro bicchiere?!» chiese nonno Mario indicando la fiasca di vino sul tavolo della cucina mentre, accompagnandolo, lasciava una scia di dopobarba per tutta casa.
«No Mariú è bono e ve ringrazio maaa…è mejo de no…sinnò me mbriaco pure io…e ame chi me ce porta a casa?», gli aveva risposto sorridendo e poi aveva aggiunto: «è stato un dovere per me…però, è mejo che quanno aprite quel varco, state più attente…», s’era fermato sull’ultimo gradino, si era girato ancora una volta verso Mario che lo aveva seguito con lo sguardo da sopra il pianerottolo e, prima di uscire definitivamente, gli aveva detto: «Vo lo sapete quant’è ‘mportante e pericoloso no’!? finché nò passamo dall’altra parte, va pure bene.., ma pensate ‘mpò si quarcuno de loro passa di qua…che casino che famo… e nun’è la prima vorta che succede!».
«he già! » solenne aveva annuito il signor Scivoli.
Dopo un ultimo saluto era uscito tirando la porta pesante dietro di se, sperando che Mario avesse imparato la lezione mentre suo nipote, che aveva sentito tutta la conversazione e non s’era fatto sfuggire nulla aspettava che suo nonno tornasse da lui.
Scivoletta ritornò nei pressi del soggiorno e, da sopra il lettino dove era ancora un po’ convalescente dalla sbornia, suo nipote gli aveva chiesto: «…quale varco diceva Alberto, nno’?».
Così, mentre il nonno indossava il berretto e si preparava per uscire, già con la giacca sulle spalle come sempre, senza infilarla, e col suo solito sorriso scanzonato, gli aveva risposto: «Quello delle bestie Mattè…il varco del fiume…giù a Monte Ventoso! Pensa mpo’ si le vacche passeno di qua, si nun se le porta via l’fiume e vanno ne le campe de grano…pensa le danne che fanno!».
La spiegazione era più che logica ma a Matteo non parve del tutto credibile, in fondo anche il Generale Inverno era una creazione sua, lo conosceva bene era una delle prime autorità…una di quelle che si incontrano appena si oltrepassava il varco.

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I racconti del nonno – La strega

 

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La strega.

 

1980

Non era una strega.
«ndove see stato?» chiese al nipote.
«a giocà co la stregaaaaa! …e cinque!!!» rispose infastidito al nonno che glielo aveva già chiesto quattro volte.
«ndove Mattè, ndove!?! T’ho detto cento vorte che nun t’hai da allontanà, nun’hae da annà oltre al quadruccio de pumidore! E gioca qui no!!»
Silenzio.
Matteo si era seduto su un muretto di sassi improvvisato dal nonno per appoggiare gli arnesi da lavoro, il rastrello la zappa, la vanga…s’era offeso.
«A no’…ma tu sei sicuro che quella è una strega?», chiese Matteo al nonno mantenendo ancora il broncio.
«Mattè, tu quella lì nun l’hai mai vista vabbè?» aveva detto il nonno a voce alta.
Aveva posato la pompa con la quale irrigava ogni giorno tutte le piante dell’orto, arrotolandola bene sotto il ciliegio; si era avvicinato a Matteo chinandosi con un ginocchio a terra, lo aveva fissato negli occhi tenendo le sue mani nodose sulle spalle e gli aveva detto perentorio: «quella lì nun esiste!», poi sorridendo «famo finta che te la sei immaginata».
Lo portava spesso in campagna e, da quando aveva perso il padre, se l’era preso a cuore come se fosse suo figlio, in effetti così lo trattava e lo educava.
Fin dalle prime volte, cioè quando aveva più o meno cinque anni, attraversando il piccolo boschetto di querce e quando uscendo imboccavano una stradina sterrata costeggiata da roghi, gli raccontava le storie più fantasiose di maghi, nani e streghe malefiche, creature incantate e mistiche, storie di eroi e principesse e ogni volta inventava qualcosa di diverso per fargli passare il tempo, per non fargli sentire la stanchezza nelle gambe, soprattutto quando non prendevano l’asino.
Qualche volta riusciva persino a terrorizzarlo, altre volte dopo aver ascoltato, Matteo mitragliava il nonno di domande su questo o quel personaggio o sulla fine di questa o quella creatura magica.
Una volta, se lo ricordava bene, gli raccontò di una strega cattiva, una strega col naso grosso e storto, con la bocca grande dalle labbra fine, una bocca piena di denti aguzzi e taglienti, un essere dell’inferno che aveva lasciato la profondità degli inferi per venire sulla terra a punire gli umani cattivi; aveva immaginato quell’orribile essere dai lunghi capelli rossi raccolti in trecce, le quali terminavano in bocche di vipere dalla lingua biforcuta e la bava verde puzzolente colargli ai lati della bocca fetida; suo nonno gli disse che abitava proprio li, in quella casa costruita nel mezzo al terreno che confinava con l’orto suo.
Da quel giorno poteva raccontargli quello che voleva, ogni volta però che passavano davanti a quel podere la sua mente non poteva far a meno di visualizzare la “strega dell’orto”.
«a Mariù nu le riccontà ste cose che po’ nun dorme la notte» si era raccomandata la nonna Nena al marito; si, perché quando la sera tornavano a casa nonno e nipote, il piccolo Matteo riportava tutto filo per segno; diceva tutto quello che era successo “fora”, in campagna, alla mamma e la nonna, comprese le storielle di Mario.
«si ma quella nun’è ‘na strega a no’», ribadì Matteo al nonno a bassa voce.
«c’arisemoooo» borbotto annoiato nonno Mario guardando il cielo.
Matteo aveva compiuto da poco otto anni, non era grande e nemmeno alto, ma non si faceva più tanto infinocchiare o…abbindolare.
«sèe prorpio l’fio de la tu ma», pensò ad alta voce Mario tornando a guardare il nipote fisso negli occhi, era curioso e impavido, troppo impavido.
«no, nun adè una strega e nun adè niente…vabbè?!?!» chiese retorico il nonno «tu oggi nun’hae giocato co nessuno e nun’hae visto niente…sinnò nun te ce porto più qui all’orto vabbè!?».
Matteo aveva annuito con la testa, non immaginava che quelle sarebbero state le ultime volte che andava all’orto del nonno insieme a lui, sarebbe cresciuto, e sarebbero cambiate le esigenze e gli interessi ma lui non lo immaginava nemmeno e per paura che suo nonno non lo avrebbe più portato scese, sebbene malvolentieri, a questo compromesso, ossia il silenzio.

1956

La giornata volgeva al termine e Mario stava sistemando la legna nelle ceste dell’asino; ne portava poca e cercava di bilanciare la legna con i frutti dell’orto che avrebbe riportato un po’ per casa e un po’ per il mercato, così anche l’asino non avrebbe fatto troppa fatica.
Ormai la scorta per l’inverno l’aveva fatta e quello era uno degli ultimi viaggi autunnali.
«Anneeeeee!!! Anneeeeeeeee!!!!» urlava in direzione del ruscello da cui prendeva l’acqua per il suo orto.
Annetta uscì di corsa dalla parte opposta, quella che dava sulla siepe; costeggiava tutto il recinto che segnava il confine col vicino.
«ndove sèe stata tutto l’tempo!! Mo nun famo a tempo manco a riccoje dù castagne da portà a la mamma!!» le aveva detto con tono rassegnato.
«a bà so’ stata da firulì…era a casa sola, la su mamma col su bà so’ al paese!» tutta felice aveva risposto Annetta.
Era la prima volta che scavalcava quella recinzione; appena arrivati all’orto nel pomeriggio presto s’era arrampicata su un filare della piccola vigna (che tra l’altro faceva l’uva e il vino più buono del circondario) e da li aveva visto in lontananza una bambina giocare sotto al portico della casetta nel o podere confinante; l’aveva vista solo per un attimo ma per curiosità e noia, aveva deciso di entrare nella terra del vicino; voleva conoscere quella bambina, in fondo anche lei era una bambina e nessuno le avrebbe detto niente, anche se l’avessero beccata la dentro di nascosto.
Poi, un volta dentro, aveva provato a parlare con lei; non c’era riuscita, non diceva una parola, ma in qualche modo avevano comunicato.
Aveva giocato tutto il tempo con quella bambina speciale che non parlava ma che capiva e si faceva capire ugualmente; aveva provato a chiederle il nome ma l’unica cosa che le aveva risposto era uno strano suono simile alla combinazione di note musicali uscite da un flauto, così l’aveva chiamata “firulì”.
Per tutto il tempo quella strana bambina aveva tenuto un fazzoletto sulla testa che le copriva quasi tutto il volto e, nonostante la temperatura non fosse ancora troppo bassa per la stagione autunnale che era, indossava anche un paio di guanti, aveva più o meno la sua stessa età.
«chi t’ha detto de annà li dentro?!?» gli aveva urlato il padre, poi risoluto ed irato, l’aveva presa per un braccio e, con la forza di lavora la terra, l’aveva messa sull’asino, fra le ceste ormai cariche di legna e ortaggi.
«domani te ne stae a casa e te ripose, e po’ esse che manco te ce porto più quaggiù all’orto!» gli aveva intimato arrabbiato.
«a ba…ma che ho fattoooo!?!» gli aveva chiesto sperando che questo cambiasse idea.
Mario nemmeno le rispose.
Partirono dall’orto per tornare verso casa, Annetta aveva frignato tutto il tempo nel silenzio assordante del padre mentre Mario interruppe il silenzio solo a un paio di chilometri dalla stalla.
«E’ pericolosa!» disse Mario.
«ma chi ba!! Firulì?» rispose chiedendo Annetta.
«nu lo so’ chi è Firulì, ma quella che abita li è pericolosa», continuò il padre, fece un momento di pausa e poi aggiunse «e tu li nun c’hae da annà…ae capito!?».
Erano tornati entrambi nel silenzio, fino a casa.
Una volta arrivati Annetta se ne era andata a dormire senza nemmeno cenare e Mario aveva raccontato tutto alla Nena.
«da domani in campagna con te nun ce vene più» aveva sentenziato la Nena «e sarà bene che se vennemo st’orto» aveva sentenziato.
Era una cosa a cui aveva pensato frequentemente pure Mario, erano passati più di venti anni da quella storia, da quei strani fatti ma tutto ritornava sempre a boomerang, tutto ritorna sempre a boomerang.
E poi s’era stancato di vedere tutte quelle strane cose ed ora anche sua figlia era entrata la.
La mattina seguente Mario parlò a sua figlia della strega che viveva in quella casa, del suo potere e della sua cattiveria, inventò una strana leggenda sulla scomparsa di bambini del posto, attirati da altri strani bambini, proprio come era strana Firulì e la dissuase dall’avvicinarsi ancora a quella casa.

1922

«Secondo me è n’terremoto» disse Ismeno, amico fraterno di Mario.
«a me me pare come se un fulmine è cascato qui vicino» ipotizzo Mario.
“Quintale” che tutti pensavano fosse il più grosso, forte e coraggioso, tremava come una foglia; mentre si recava in campagna dai due amici aveva visto qualche cosa cadere dal cielo.
«era ‘na striscia luminosa…è passata sopra la rocca come ‘nbolide» continuava a ripetere, «e s’è schiantata nel pezzo de Quinto».
«Quinto chi?» aveva chiesto Mario e subito Giovanni che conosceva tutti in paese ed era il più grande dei quattro, aveva risposto «Quinto “cinta nbocca”!!».
«Avrà fatto danne?» continuò Mario « ‘lbotto è stato grosso, la terra ancora trema, chissà c’avrà smosso sotto!».
Ismeno fu il primo ad avanzare la proposta coraggiosa «volemo annà a vede Mario?…annamo io e te e lasciamo qui Quintale e ‘lzì Giovanne!…l’più pauroso e l’più vecchio».
Zio Giovanni stava attorno al camino e s’era finito tre quarti di una bottiglia di vino, era brillo ma no stupido.
Prima dello schianto che li aveva sorpresi stavano tutti e quattro davanti al camino ad arrostire bistecche di maiale e bruscare pane, ora no.
Erano terrorizzati e tutti immobili a guardarsi l’un l’altro, solo Zio Giovanni era rimasto impassibile a fissare il fuoco con un sorriso sorgnone, la sapeva lunga e non si sarebbe mosso dalla casetta per nulla al mondo.
«Vabbè, annamo io e te Ismè, però sbrigamese che è tempaccio…è tarde…e co sto tempo gireno solo le lupe!!».
Si coprirono bene, presero insieme un cavallo e, sotto l’acqua scrosciante della pioggia, andarono verso il pezzo di Quinto; quando arrivarono al podere, rimasero entrambi a bocca aperta, fradici come pulcini sotto l’acqua incessante, a guardare inebetiti la voragine che aveva preso il posto del maneggio, le stalle, e il ricovero degli attrezzi di Quinto.
Qua e la erano sparsi focolai e pezzi di bestie maciullate e bruciate; la buca nel terreno era una enorme striscia scavata in quello che restava del campo di grano e terminava in una montagna di terra ammassatasi in una enorme collina che copriva qualcosa di inspiegabilmente grande, qualche cosa che li non c’era mai stata.
Era il periodo della prima guerra mondiale, Mario ed Ismeno pensarono a qualche ordigno militare, qualche cosa di moderno per loro e americano, forse una bomba.
D’un tratto una luce intensa illuminò tutto e li abbaglio accecandoli; un cono di luce bianca e viola discese dal cielo risucchiando verso l’alto un sacco di cose, intere staccionate di legno, resti di animali, fango, sassi, terra e tutto ciò che ra di metallo; solo per un caso Mario ed Ismeno non vennero inghiottiti in quel tunnel.
I due giovani cavallari erano ancora col naso in su e la testa all’indietro a guardare increduli, ma fra la pioggia battente, il buio e le nuvole non riuscirono a scorgere niente nel cielo; in un istante quella enorme cosa sotterrata si levò in aria, dapprima vibrando e facendo tremare tutto e poi, come un proiettile, si infilò nel buio fra le nuvole nere portando via anche il cono di luce.
Quando questo scomparve, così come era arrivato, del podere di Quinto non c’era più niente, tranne qualche carcassa di quadrupede maciullato fra i detriti.
Scesero veloci da cavallo e, inizialmente increduli, rimasero a guardarsi l’un l’altro qualche minuto cercando un segno di conferma per quello che avevano visto.
La pioggia aveva diminuito d’intensità e mentre Ismeno assicurava il cavallo all’unica pianta rimasta in piede nel raggio di cinquecento metri, Mario era andato a vedere se poteva salvare qualcosa e recuperare quello che poteva per conto di Quinto.
Rimasero a darsi da fare tutta la notte, si unì a loro anche Quintale che preoccupato, non vedendoli arrivare li era andati a cercare col suo cavallo.
Era li che Ismeno, Mario e Quintale trovarono quel cucciolo di bambina, o almeno quello era sembrato loro.
«l’zi Gioavvenne è vecchio e c’ha quattro fie, Quintale avarebbe da fa cagnara co tutto l’monno a casa sua…mpo’ come te, a casa tua!!…e po’ la moje aspetta n’antra fia!!…io so’ vedovo e nun me la posso pià…e po’…l’avemo trovata nel pezzo de “Cinta mbocca”…e allora, pensavo, parlamo co don Saverio e la famo da a Quinto».
Ismeno aveva messo d’accordo tutti, con una analisi fredda della situazione e abbastanza logica, tutti e quattro avevano deciso che quella bambina l’avrebbe data Don Saverio a Quinto, che era sposato da poco e non aveva figli, girava voce in paese che non poteva averne, e sembrava proprio che la provvidenza avesse scelto proprio lui.
Salvarono la bambina dalla morte certa, la coprirono e la portarono a casa.
La mattina verso le quattro, quando furono a casa di Ismeno, la bambina fu messa sul letto fra bottiglie d’acqua calda e coperte di lana in un ambiente ben riscaldato, si accorsero che l’infante era molto strana; aveva tre dita per arto, un colore della pelle pallido, più bianco che roseo, il naso e la bocca erano piccolissimi, soprattutto rispetto agli occhi, enormi,azzurri e quasi fuggirono dall’orrore quando la piccola li chiuse mostrando due tipi di palpebre, uno dello stesso colore della pelle ed uno nero come la pece; si fecero coraggio e chiamarono don Saverio come accordato sperando anche che potesse aiutarli, e proprio come avevano pensato…le cose andarono.
«mbè, sarà pure strana!!…ma è pur sempre una creatura…!! Mbè…si…dico…sarà sempre na creatuta der Signore…speriamo!!» aveva pronunciato do Saverio e s’era fatto il segno della croce pronunciando un Padre Nostro e un’Ave Maria in latino.
Il giorno dopo s’era scatenato l’inferno; nel paese arrivarono forestieri che si spacciarono per turisti; si seppe dopo che erano scienziati, scrittori e giornalisti e agenti americani, tutti in cerca di notizie, ma carabinieri esercito ed altri militari avevano chiuso le strade e recintato, con sorveglianza armata, il terreno Quinto; ormai il suo podere era diventato inaccessibile anche a lui.
Don Saverio, aspettò che la situazione si fosse stabilizzata; il maresciallo dei carabinieri lo aveva coinvolto nella faccenda cosa che gli fece gioco per avere notizie, dopodiché chiamò Quinto e sua moglie battezzarono la bambina e li spedì immediatamente per un po’ da uno zio che aveva in Toscana e quando tornarono al paese, dopo un anno, si presentarono con quella bimba, un po’ “cagionevole” che non facevano vedere a nessuno.
Zio Giovanni morì qualche anno dopo, cadde da cavallo, ma il dottore disse che non fece in tempo a toccare terra che era già stecchito e che forse non se ne era nemmeno accorto, era troppo ubriaco.
L’anno dopo la dipartita di zio Giovanni, “Quintale”, che non aveva mai smesso di mangiare, lo sorpassò…il quintale e si trasferì al nord; aprì una macelleria con la moglie, proprio al confine con la svizzera e di lui non seppe più niente nessuno, tornò lui e la moglie, soli, per il funerali dei genitori di lei, che se ne andarono stanchi di vecchiaia uno il giorno prima l’altra il giorno dopo, lui era orfano da sempre.
Ismeno che non aveva mai sopportato la perdita della moglie, una domenica d’agosto fu trovato morto di crepacuore, in mezzo alle balle del fieno che stava stipando su un rimorchio, aveva settant’anni, era seduto e appoggiato con la schiena ad una balla, con gli occhi chiusi ed un sorriso raggiante stampato sul viso; chi lo vide e lo conosceva avrebbe giurato che non lo vedeva così sorridente dal giorno del suo matrimonio; da quel giorno, in paese, iniziò a girare il detto: “quello li? Quello riderà come Ismeno, quanno sposa e quanno more”, riferito a chi non rideva mai…o almeno solo un paio di volte in vita sua.

2003

«Annamo a funghe?!» chiese Mario mentre, seduto davanti al camino, stuzzicava il fuoco con un ramo secco di castagno.
«Quanno ce voi annà?» rispose Matteo che se lo guardava li, piccolo piccolo; se lo ricordava un gigante con le mani forti, braccia e mani muscolose, era resistente a tutto nonno Mario e impermeabile persino all’acqua, ma non era resistente allo scorrere del tempo, a quello non lo era nessuno e ormai lo aveva imparato.
«passeme a pià…famo… doppo pranzo…famo n’sarto al castagneto, oh …poi…si te va hè!? Mica c’avemo d’annà pe forza!!» disse sorridendo Mario mentre continuava a giocare col camino.
Per forza? Per amore!!, pensò Matteo; per amore, per rispetto, per ringraziarlo di avergli dedicato parte della sua vita, per reverenza in quell’uomo che aveva preso il posto del padre e perché sapeva che un giorno non lo avrebbe più visto e non lo avrebbe potuto più portare e chissà quante volte si sarebbe morso i gomiti se non lo avesse accompagnato ancora una volta.
«ma quale pe forza!!! A no, ce vojo annà pure io a fa du spugne!!…se vedemo oggi allora!?» gli rispose subito senza farglielo chiedere ancora, lo baciò sulla testa dove aveva ancora qualche capello bianco scompigliato e lo salutò, baciò anche nonna Nena e uscì di casa.

Arrivarono insieme con la macchina fin dove un tempo arrivavano con l’asino; Matteo parcheggiò la vecchia utilitaria e scese e aspetto che scendesse anche il nonno.
Gli aprì il cancello e lo lasciò libero per il castagneto, lo guardava da lontano e lo sorvegliava a vista, si fidava di lui ma adesso aveva paura che potesse mettere un piede in malo modo, una storta, una radice nascosta fra le foglie e…
«Mattè viè qua che te vojo fa vedè ‘na cosa», lo chiamò da una ventina di metri di distanza.
Matteo con passo svelto, saltando qualche piccolo selcio sparso qua e la e nascosto dalle foglie, si era avvicinato al nonno che, col bastone che usava per smuovere le foglie alla ricerca di funghi, gli indicava un piccolo sentiero, quasi invisibile.
«tu…la vede la stradella?!» gli chiese in dialetto stretto; Matteo ora la vedeva, gli era capitato molte altre volte di girare per quel castagneto ma mai di vedere quella vietta, certo era piccola e coperta dai castagni ed altre piante basse e folte era difficile scorgerla e comunque sembrava proprio non andare oltre.
Si incamminarono per quel sentiero nonno avanti e nipote dietro, ogni tanto Matteo lo precedeva per assicurare il cammino del nonno dove si faceva più pericoloso per le foglie viscide o per il terreno troppo scosceso; quindici minuti, un quarto d’ora di camminata fra i sali e scendi della terra collinare e infine arrivarono su una piana, una piccola isola di querce al centro del castagneto.
Da quel punto in poi il nonno camminò sempre avanti finché non arrivarono proprio al centro; per arrivare in quel punto del castagneto bisognava proprio conoscerlo quel posto.
Un masso di pietra irregolare ben levigato, coperto da una tettoia spiovente di legno con una croce cristiana al centro, stavano ad indicare un punto preciso; quando Mario e Matteo si trovarono di fronte, il nipote recitò a bassa voce:

“Non sappiamo da dove veniamo e non conosciamo la nostra destinazione ma tu, di sicuro, dal cielo sei arrivata e, con la stessa certezza, in cielo sei tornata”

Una targa di bronzo inchiodata alla pietra portava incise queste parole, e sotto proseguiva:

Melania    16 gennaio 1922
Staini        27 luglio 1985

Con tutto l’amore
Mamma Maddalena Cantone e Papà Quinto Staini

«Questa ad’era la strega Mattè!» disse facendosi il segno della Croce un paio di volte.
Suo nipote aveva rimosso alcuni eventi passati specialmente alcuni di quelli ai quali non poteva dare spiegazioni e nessuno, compresi mamma e nonni, le aveva mai date per lui, la storia di “Firulì” era una di queste; lei era andata nel dimenticatoio per ventitré anni e ora stava riemergendo prepotentemente.
«nel cinquantasee l’ha conosciuta pure la tu mà…la chiamava…Firulì, a me ha sempre messo mpo’ paura sta Firulì e…mica solo a me!!» aveva fatto un attimo di silenzio nel quale Matteo si accorse che pregava con un flebile tono della voce, poi aveva ripreso, «…dimostrava cinquanta anne meno…e ha giocato pure co la tu ma…l’zi Giovanne ancora me lo ricordo…la prima vorta che l’avemo vista ammomente nun rivene più bene, aveva pure ricominciato a annà in chiesa a pregà…pensava fosse la fia der demonio…io pensavo pure peggio…e doppo,…pure mejo».
Una lacrima rigava il volto del nonno che con la mente era tornato indietro di anni, si direbbe un’epoca.
Poggiò le sue mani ormai tremanti sulle spalle di Matteo, che adesso era venti centimetri più alto ma aveva sempre un certo timore e rispetto reverenziale; si inginocchio di fronte al nonno e le loro altezze tornarono più o meno quelle di circa venti anni prima, con Mario che lo guardava verso il basso.
«nun ad’era na strega Mattè…e nun ad’era un mostro dell’inferno! L’ho vista du vorte fa cose strane…ma sempre pe bene mai pe male, cose grosse Mattè…come la vorta che…», aveva interrotto un attimo la conversazione come se non trovasse le parole per spiegarsi, poi si fece coraggio, suo nipote l’aveva vista e aveva riconosciuto, seppur nella sua tenera età e col suo modo infantile, che non era del tutto normale e avrebbe di certo creduto, anche se non appieno compreso, le parole del nonno.
Riprese il discorso dicendo «…come la vorta che ha tirato fora dal fosso la vacca de Quinto…la corrente se la stava a portà via e…», Matteo lo interruppe chiedendo:«…vabbè no! come fece Quintale?», «no Mattè!» gli rispose secco alzando la voce il nonno, «Quintale prese n’vitello che era si grosso, ma mae quanto la vacca de Quinto e…» ebbe un attimo di esitazione non sapeva se sarebbe stato creduto ma la voglia di lasciare almeno una zavorra prima di andarsene era troppa e così «…nò avemo provato a tiralla fora co na capezza ma la corrente era troppo forte e pioveva che nun ce se vedeva da qui a li, nun c’era più speranza…lè allungo le braccia da sotto l’porticato de casa de quinto, da le mano le usciveno come du tubbe trasparente…che mano mano che arrivaveno a la vacca diventaveno più grasse…», Mario prese un fazzoletto di stoffa dalla tasca della giacca marrone, di velluto a costine fine, si asciugò gli occhi azzurri come il cielo, ora più brillanti che mai e tornò con lo sguardo, intenso e serio sul nipote concludendo «…quanno le tubbe ereno vicino a la vacca, la vacca à iniziato a volà a tre metre da terra fino a che nun’è arrivata nel recinto ‘nsieme all’altre bestie…»
Matteo stentava a credere a questa storia, ma quello era suo nonno, lo conosceva, lui non mentiva mai, nemmeno quando avrebbe dovuto, come la volta che gli aveva dato in pasto un coniglio, lo stesso che Matteo aveva visto crescere e governato con le sue mani e alla fine, quando se lo era mangiato, ignaro, il nonno gli aveva detto :«t’è piaciuto? Era Lando l’tu conijo», non aveva saputo mentire nemmeno lì, da allora Matteo non mangiò più conigli, lepri, abbacchi, pecore insomma quadrupedi che gli ricordavano Lando.
«Mattè…nun ha sarvato solo la vacca…pure Quinto, quella vorta che sé cappottato col trattore!», Mario venne interrotto di nuovo, «quella vorta che tutte diceveno che era stato un miracolo?» chiese Matteo, «he già!!…un miracolo…un miracolo che se chiamava Melania, quanno ho visto l’trattore scenne dalla greppa mentre rotolava de fianco, ho pensato che Quinto sarebbe morto schiacciato… ho sartato la staccionata e so’ annato de corsa a casa sua e …appena so’ arrivato sul posto Quinto era sotto l’trattore e solo la testa era fori, era pieno de sangue…e per me Mattè era npo’ più che morto, po’ è arrivata lè…ha messo le mano sul trattore, quelle sei dita, e …tacche!! A me e Quinto ce se so’ arrizzate tutte le pele e le capelle in testa, come quanno pie na scossa forte ma Quinto ha aperto l’occhie e parlava e strillava, diceva “nun sento più le piede…nun sento più gnente…so’ paralizzato”…l’trattore s’è staccato da terra come fece la vacca, pe….un paro de minuete a mezzo metro de artezza e…Quinto sé rimosso e c’aveva solo un femore fratturato…solo un femore Mattè!!».
Matteo adesso guardava il nonno con un’altra profondità, ora ricordava; gli tornarono in mente gli occhi di quella bambina e le mani, le sue tre lunghe dita, di come gli aveva guarito una sbucciatura al ginocchio e come gli diceva le cose nella testa senza parlare e…di come aveva scavalcato la rete di metallo alta tre metri a soli otto anni.
«Po’ se la so’ rivenuta a pià, lè… cresceva poco, a sessant’anne ne mostrava dodici…nun poteva sta qui!» un’altra pausa introspettiva e le lacrime che avevano ripreso ascendere ininterrottamente, Matteo si rimise in piedi e lo abbracciò, come aveva fatto sempre lui quando da bambino cercava un po’ di conforto.
«…era callo Mattè, n’sabato de luglio dopo avè stipato le balle de fieno col zi Felice, se semo preparate pe la cena…la tu nonna dice…cenamo fori che è callo, eremo tutte, a sistemà le balle no ma a cena c’eremo tutte pure quel zozzone del tu zi Antò che quanno c’è da lavorà…lasciamo perde!…e mentre l’sole se n’annava, quanno ancora l’cielo era chiaro all’orizzonte, tre luce se so’ messe proprio sopra casa de Quinto…e aò…ce so’ state npo’ li sopra quelle fare, l’avemo viste tutte, pure le carabignere dal paese che, quanno so’ arrivate…era troppo tarde; da sotto l’portico de casa avemo visto Quinto e Maddalena uscì de corsa e sbraitaveno sbraitaveno, se semo fionnate de corsa sempre l’zi Felice e io ma pure no, semo arrivate tarde, quelle che l’aveveno portata giù se l’ereno ripresa e…ogge penso che se la sarebbero ripresa pe forza».
«…mesà che qui centra quarchi cosa pure lo spaventapasseri…vero no?!», in quel momento a Matteo gli era tornata alla mente un’altra storia della strega, una storia che nonno Mario gli aveva raccontato più o meno quando aveva dodici anni, ma a quel punto tutto aveva trovato un senso.
«Si Mattè…hae capito bene!» aveva poi esclamato nonno Mario con un filo di voce, provato dalle emozioni.
Nessuno aveva creduto al racconto dei coniugi Staini, come pure per Matteo quelle del nonno erano favole e storielle, e in caserma il Maresciallo consigliò loro di denunciare un semplice rapimento, per evitare ripercussioni peggiori.
La signora Maddalena rimase inspiegabilmente in cinta alla veneranda età dei passati cinquant’anni, Quinto “cinta n’bocca” continuò ad elogiare la sua bambina rapita, quella speciale, nella speranza che gliela riportassero, diceva a tutti che avrebbe pagato qualunque riscatto.
Matteo dopo il racconto del nonno rimase qualche momento in silenzio e aveva creduto a tutto, ogni singola parola del nonno; le zavorre erano state consegnate, al più giovane e forte, col tempo si sarebbero “alleggerite”; forse Matteo, quando sarebbe giunto il suo momento, avrebbe consegnato le sue zavorre a qualcun altro fino a che queste non sarebbero state così leggere da essere tranquillamente ignorate.
Matteo prese a braccetto il nonno che portava quattro spugne e due ovuli in un mano, e tornarono lentamente indietro, nel silenzio totale, fino al cancello del podere; quando furono fuori, prima di entrare in macchina, fu Matteo ad poggiare le sue mani sulle spalle del nonno, il quale lo guardò ormai sollevato e rilassato;
Matteo disse sorridendo in modo sornione:« a nò…allora quella…nun ‘era ‘na strega!!!» e il nonno rispose invece serioso «…no Mattè, quella nun’era ‘na strega…ma nun te fidà, che le streghe esistono per davero».
Quando nonno Mario se ne andò passando a miglior vita, dopo il funerale, la stessa notte, tre luci stazionarono fisse sopra casa sua, rimasero li per parecchio tempo ma se ne accorsero solo Matteo e sua madre o forse, solo loro poterono vederle e qualcuno, i giorni seguenti, giurò di aver visto una luce verde provenire dalla finestra del bagno di casa Scivoli, una luce debole che si spense gradualmente durante le prime ore del mattino.

 

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I racconti del nonno – La zucca.

 

La zucca.

 

30 ottobre

 Venerdi

 

La legna scoppiettava nel camino, mentre nonna Nena lo preparava con attenzione e metodo, come faceva per tutto il periodo invernale e Matteo, che era appena rientrato dagli allenamenti di calcio, era subito uscito di nuovo dopo averle spillato le mille lire settimanali; cinque pacchetti di figurine.

Trenta figurine dalle quali toglieva quelle mancanti nell’album, quelle che poteva scambiare con gli amici e, con le rimanenti, finiva di giocare a chi trovava la figurina col numero più alto davanti all’edicola insieme agli amici.

Poi passava nonno Mario che lo riaccompagnava a casa, dove lo aspettava sua madre, qualche volta per portarlo a casa e qualche volta per cenare coi nonni.

«see pronto Mattè?» chiese il nonno ancora sporco di fango con i vestiti che odoravano di mosto da un chilometro di distanza; era appena tornato dalla campagna e portava con una mano una damigiana di mosto.; regalo di qualche amico incontrato strada facendo.

«a no’…famme fa l’urtima partitella!!…che so’ rimasto co tre, perdo que e se n’annamo» rispose Matteo che sapeva sempre come intenerirlo, ma non lo faceva mai con malizia.

Mentre aspettava l’ultima partita a figurine del nipote, Mario era entrato nell’edicola aveva preso altre tre confezioni di figurine del Daitarn III, era uscito e, come il formaggio con i topi, aveva attirato il nipote e lo aveva spronato a seguirlo verso casa.

Nell’aria si sentiva l’odore autunnale delle cantine dove tutti si riunivano a pigiare l’uva per fare il vino e quello dei camini accesi, rimasti a riposo per tutta la stagione estiva; «dalle…che quanno arrivamo a casa…doppo cena sinnò la tu nonna s’arrabbia… vedemo si ce mancheno» aveva detto il nonno sventolando i pacchetti chiusi; glieli aveva poi passati poggiando un paio di chili di mano sulla sua spalla e mentre a Matteo ridevano gli occhi pensando alle figurine che avrebbe trovato; attraversarono insieme la strada e insieme entrarono nel portone di quella casetta vecchia di paese, dove nonna Nena e mamma Annetta li stavano aspettando come tutte le sere. Il portone di legno massiccio si chiuse pesantemente dietro di loro e già all’interno del porte si poteva godere di un certo tepore.

Mamma e nonna salutate; Cena finita; figurine controllate insieme al nonno e subito seduta serale davanti al camino;

«a nò…» lo apostrofò Matteo spostando lo sguardo dal camino al nonno e gli chiese «ma nun te sarai scordato quarcosa?» e subito tornò con lo sguardo sul fuoco vivo che ormai aveva riscaldato tutta la casa.

«nun me pare!!» rispose pronto il nonno poi fece una pausa e, faceto come sempre. proseguì «l’vino l’ho preso…la sacchetta de le catagne l’ho porta…al zi Giovà l’uva ce l’ho lasciata!! ….no, nun me so’ scordato niente!» ma sapeva già che dove voleva arrivare Matteo.

Il giorno seguente sarebbe stata il giorno delle zucche e ogni anno era prassi per loro preparare le “morti cazzute”;svuotavano inseme delle zucche, le intarsiavano e rifinivano a mo di testa con dentro una candela; venivano posizionata un po’ per tutta casa, quella della nonna, perche mamma Annetta non glielo avrebbe mai permesso, e una rigorosamente sul davanzale della finestra o nella fioriera a sbalzo fuori della sala per tenere lontano mostri e spiriti maligni.

«famme pensà…» aveva poi aggiunto nonno Mario corrugando la fronte, «mesà de si… quarcosa ho lasciato giù all’orticello…l’cortello de la nonna!!» un’altra breve pausa e poi con un sorriso che la sapeva lunga aveva aggiunto «…quello però me serve pure domani…pe riccoie le zucche…» lo aveva detto con molta naturalezza, come se fosse una cosa di poco conto (ma non lo era) e cercava di sbirciare, con la coda dell’occhio, mentre si apprestava ad accendere una sigaretta, la reazione del nipote.

Matteo drizzò le orecchie e spalancò gli occhi alla sola parola “zucche”; il giorno delle zucche era una di quelle cose che aspettava come il natale, la pasqua e il suo compleanno; era importantissima, bellissima.

In quel periodo a casa Scivoli non mancavano castagne, funghi, uva, mosto e vino nuovo e quello del camino; tutti gli odori giravano per casa senza mai mescolarsi fra di loro e contribuivano a rendere il momento più magico di sempre, soprattutto per Matteo che viveva tutto un clima da favola, come quelle che il nonno gli raccontava quando lo portava in campagna o la sera proprio davanti al camino; ma non c’erano solo favole belle fra i racconti di nonno Mario detto anche “sguiceletta”; no, non solo fiabe di creature buone e a lieto fine.

Alcune delle sue favole raccontavano di streghe, mostri notturni dei boschi e delle città, demoni e fantasmi e quello era proprio il periodo dei fantasmi.

Si, si avvicinava il giorno dei morti ed era quindi il periodo delle zucche per esorcizzare ed allontanare vecchie paure.

«a Mattè…te piacerebbe venì co me all’orto?…tu te sceje le zucche che te pare e l’nonno te da ‘na mano a portalle a casa…però si nun te va è uguale…te le sceje il nonno e te le porta a casa!», Matteo non credeva a quello che aveva sentito; era abitudine del nonno chiedere sempre se uno aveva voglia di fare una cosa, anche quando sapeva che quello era un desiderio irrefrenabile dell’interessato, come in questo caso ed era sicuro lo facesse apposta.

«si si…a no’ ce vengo, ce lo diche tu al la mamma?» gli aveva prontamente risposto per paura che mamma Annetta non lo avrebbe permesso, «si tel’ho detto..ngià ce l’ho chieasto!» gli rispose perentorio come solo lui sapeva fare.

Alla fine dei giochi Matteo volle rimanere a dormire dai nonni, mamma Annetta se ne andò a casa sua e nonna Nena se andò a dormire come sempre molto presto; anche per lei le mattine cominciavano presto e, pur essendo una donna forte e di carattere, quando riposava poco diventava scorbutica, irascibile a volte, lo sapeva pure lei e rimediava col sonno.

Dopo un breve ragguaglio per il giorno successivo, nonno e nipote tornarono alla contemplazione della fiamma vigorosa nel camino.

Era passato qualche minuto di silenzio, in cui l’unico rumore era quello della legna che bruciava, quando anche il fuoco decise di placarsi ed affievolirsi.

Il sior Mario non caricò più il camino, era tardi e così anche su casa Scivoli calò quasi il silenzio totale fino a che, in un attimo il sangue di Matteo si raggelò.

Una serie di ululati squarciarono il silenzio della sera ormai inoltrata, anche fuori a quell’ora, non girava ormai più nessuno; Matteo fece per rannicchiarsi sulla poltrona, fece così rumore con le molle ormai arrugginite e la coperta con la quale si era coperto tutto lasciando fuori solo gli occhi; Mario alzò di scatto un braccio intimando gli di non fare alcun rumore mentre con la testa si era girato voltando l’orecchio in direzione della finestra.

«…fermete Mattè…famme sentì!!» aveva poi aggiunto.

Ancora tre ululati acuti e, dopo un momento di silenzio, un quarto che sembrava non finire mai, tanto che matteo si coprì fin sopra la testa e si tappo le orecchie con tutte e due le mani.

«…lo sente Mattè?» chiese serio nonno Mario.

«chi è no?» rispose Matteo tremante con un’altra domanda mentre faceva capolino da sotto un mucchio di coperte.

«…è un signore malato l’fio de Tujo, uno…che sta de casa qui vicino…» gli disse per tranquillizzarlo, «lo conosce pure la tu ma, l’annava appresso quanno era più giovene, quanno se sente male…strilla cossì, come n’cane e pare che abbaia e urla, è malato de ‘na cosa che nun se conosce e quanno le pia…urla e se butta nel fontanile qui sotto, ndove l’nonno porta Genesio a abbeverà», aveva cercato di spiegare nel modo più razionale possibile da dove provenisse quell’ululato.

Poi gli raccontò una storia.

Un giorno lontano, ma nemmeno tanto lontano, dopo essere rientrato dal lavoro nelle campagne circostanti e aver portato gli ortaggi alla nonna per la vendita al mercato, aveva avuto la felice idea di tornare a portare Mitraglia alla stalla.

Quello si che era un somaro da soma, Matteo lo aveva spesso sentito nominare dal nonno anche in altre occasioni e comunque a giudicare da come ne parlava nonno Mario doveva essere una gran bella bestia.

Lo aveva chiamato Mitraglia perché a differenza degli altri asini che ragliavano più o meno sempre nell’arco della giornata, lui non ragliava mai, o quasi, nel senso che quando attaccava riusciva a ragliare di continuo come una mitragliatrice anche mezz’ora senza fermarsi mai.

Una volta tornato alla stalla insieme al suo Mitraglia, s’era ricordato che l’asino doveva bere prima d’essere rimesso nella stalla e la fontana non era molto lontano da li così decise di fare quella tappa, prima di rimettere l’asino e tornare a casa a piedi passando per una scorciatoia.

Matteo aveva quasi dimenticato dell’ulutato di poco prima tant’è che s’era mezzo rilassato a sentire la storia di nonno Mario ed aveva ritirato nuovamente la testa fuori dal mucchio di plaid.

«…allora Mattè decido de portallo a la fontana ma, quanno eremo a quase cento metre…ecchete mitraja che se mpunta…co le zampe davante nde la terra e nun camminava più!».

«…ma che era come Genesio no’?» chiese curioso Matteo che quell’asino non lo aveva conosciuto.

«No no!! era più arto e più fino, pareva n’cavallo più piccolo…ma no n’poni proprio un cavalletto n’po’ più piccolo…vabbè…aò manco a strascinallo…gnente».

Matteo oltre alle orecchie aveva spalancato la bocca, come ogni volta che il nonno gli raccontava qualche cosa, sia che poteva essere una favola, sia che poteva essere una storia.

«…me dico “mesà che nun’ha sete!” però pe sicurezza pio l’secchio de plastica ne la cesta e dico ”vo io a la fontana e l’acqua la porto qui”…» nonno Mario aveva fatto una pausa aveva rimboccato il bicchiere di vino e s’era riacceso una nazionale senza filtro.

«ma po’ ha bevuto Mitraja no’?» chiese ancora impaziente il nipote.

«…e fammelo di Mattè…e bisogna che aspette!!!» lo rimproverò bonariamente il nonno, poi erano tornati in silenzio e manco a farlo apposta, era stato interrotto da un altro ululato.

Questa volta Matteo non si rintanò sotto le coperte, né si tappò le orecchie e sembrava quasi non avesse sentito niente, era solo estremamente curioso di sapere come era finita con Mitraglia.

«comeme so’ allontanato, l’sumaro Mitraja cominciò a rajà…hioooooo hioooooo…nu la smetteva più e più me avvicinavo al fontanile e più forte rajava l’sumaro!!»

Fece una breve pausa, stavolta Matteo non interruppe il nonno che, in mezzo alle nuvole di fumo della sigaretta proseguì «nun c’è stato verso de fallo abbeverà…po’, come ho rimesso l’secchio nde la cesta…s’è azzittato e ha fatto da solo dietrofronte s’è rimesso col muso verso la stalla…e allora ho detto….bo annamo a la stalla…mo te l’ho detta cossì Mattè…ma ce semo state mezz’ora a fa quella tiritera».

«il nonno riporta Mitraja a la stalla e nel dubbio de quello ch’era successo ripia la strada de casa».

Matteo pensò che la storiella fosse finita ma, proprio quando stava per aprire la bocca e sbadigliare, il nonno attaccò «…pe pià la scorciatoia e venì al paese avevo da passà davanti alla fontana ch’era proprio n’mezzo alla strada…», la sigaretta s’era spenta, anche perché era quasi finita, e solo un pezzetto ingiallito era rimasto fra l’indice e il medio di mario.

«come arrivo a un metro da la vasca…ancora ado’ paura a riccontallo…un coso arto sempre se arza dentro all’acqua e s’allunga pe acchiappamme…ma de razza semo sverte Mattè e de corsa so’ riscappato a la stalla e me so’ chiuso drento col sumaro…me so nguattato n’mezzo al fieno e m’anno svejato le carabignere…e la nonna Nena, la mattina appresso…».

«e chi era no?» chiese Matteo.

«e che ne so Mattè!? Io me ò n’filato ne la stalla so’ annato sopra, ho tirato su la scala de legno e me so’ n’filato n’mezzo al fieno sotto le balle e sentivo solo sgrufà fori del portone de la stalla e pregavo l’Signore, la Madonna e le Sante, ogni tanto sentivo urlà e strillà co tutte verse strane…e ogni vorta pareva n’animale diverso».

«ma io ero nato no’» chiese ancora,

«no, nun c’ere ancora…la tu ma era piccola…ma roppeva come una granne! E la tu nonna…roppeva come la tu ma», aveva riso ripensando al dopo ma s’era rifatto cupo ripensando al terrore che aveva avuto e a come Mitraglia lo aveva provato prima.

«era ntorno al cinquanta…l’anno nun me lo ricordo…ma il giorno si…era l’trentuno ottobre», disse pensieroso a suo nipote, il quale sentì un brivido di freddo attraversargli la schiena e sentì il bisogno di coprirsi di nuovo.

«…mo però ora de annà a dormì…» aveva azzardato nonno Mario, questo però non escludeva il fatto che Matteo lo avrebbe tempestato di domande; cosa hanno trovato i carabinieri, chi altro lo ha visto, cosa faceva Mitraglia quando quello “sgrufava” alla porta e come stava il mattino seguente, volle sapere se il nonno lo aveva raccontato a qualcun altro e se da allora gli fosse capitato ancora di incontrarlo.

«no Mattè» gli aveva detto nonno Mario «…nun l’ho più incontrato…io, solo una vorta…quarchi settimana doppo…Mario del ferraro, che c’ha la stalla giù pe l’orto, me riccontò un fatto quase come l’mio e me fece vede…maaa…lasciamo perde Mattè, da quel giorno Mitraglia alle cinque de sera e prima che facesse buio, era ngià a la stalla», tagliò corto il nonno e concluse il suo racconto.

Si alzò dalla sedia di legno avvicinandosi al caminetto, smosse la brace e si spensero anche le ultime fiammelle; rimase solo qualche tizzone fluorescente sotto la cenere a testimonianza del fuoco serale.

Andarono così a dormire e quella notte non si sentirono più ne urla ne ululati di sorta; Matteo si addormentò subito sperando che la notte passasse il più velocemente possibile e al risveglio aveva dimenticato tutto, o meglio, l’ansia per l’attesa del pomeriggio, quando sarebbe andato col nonno giù all’orto a raccogliere le zucche, aveva preso il posto di ogni paura e ogni altro timore.

31 ottobre

 Sabato

Il sabato mattino strascorse tutto ma per Matteo il tempo non passava mai proprio come non passa mai per chi è nell’attesa di qualcosa di bello.

La mattina era stato dalle suore, un paio d’ore (impegno settimanale al corso da chierichetto, attività che non lo aveva mai convinto e non gli interessava molto), però era un buon modo per far passare il tempo.

Alle undici, come tutti i sabato mattina dopo il corso, si era recato davanti all’edicola insieme a tutti gli altri giovani per scambiare o giocare a figurine e dopo tappa al bar dei cacciatori per comprare le patatine; prima di pranzo erano un toccasana per non mangiare e prendersi bella una sturata di orecchie.

E la mattina finiva col pranzo ed iniziava così il primo pomeriggio con i compiti scolastici che Matteo finì in tempi record, considerando quello che lo avrebbe aspettato dopo…la raccolta delle zucche.

Così mentre tutti i ragazzini dell’età di Matteo trascorrevano il sabato pomeriggio in qualche gruppo parrocchiale di provincia, qualche attività sportiva o semplicemente in sala giochi, lui insieme a nonno Mario si incamminarono per andare verso la campagna.

«era quello l’fontanile no’?» chiese al nonno mentre camminando passavano davanti ad una fonte d’acqua che si raccoglieva in una rudimentale vasca di pietra.

«Si Mattè la vasca era quella!» rispose il nonno.

Continuarono ancora per un bel tratto di strada a piedi, l’orto era più vicino delle campagna dove il nonno andava a lavorare di consueto.

«questa è la strada che hae fatto pe anna a la stalla quel giorno no’?» gli chiese ancora quando sul tragitto incrociarono la via che portava alla vecchia casa di Mitraglia.

«Si Mattè quella adè la viuzza che pia la…pe annà a la stalla…» fece una pausa e poi aggiunse spazientito «…ma po’ lo sae che adè quella…quante vorte te c’ho portato Mattè? L’nonno solo una ce n’ha de stalla!», ma tanto sapeva anche che tutte quelle cose le voleva sentire da lui, gli piaceva di più.

Trattenne a stento il miliardo di domande che avrebbe voluto fare al nonno, ma quando furono davanti alla porta ad arco del fabbro, una enorme porta di ferro arrugginito, tutta chiodata ed imbullonata non riuscì trattenersi «questo era l’ferraro no’?» chiese spalancando gli occhi, «si…è què…» rispose il nonno che per un attimo si fermò a guardarla pensieroso, pronunciò qualche parola a labbra serrate e sottovoce, sembrava una nenia o una preghiera, poi disse «…a Mattè mica volemo arrivà tarde? Le zucche l’avemo da fa pe stasera?!?…pe accennele prima che vene buio!!!».

Matteo continuò a guardare la carrareccia che portava fuori paese.

Per un tratto, a destra e sinistra, vi erano tutta basse costruzioni che, una volta dovevano essere state stalle e negozi proprio come quello del fabbro, ma qualcosa non gli tornava.

«a no’…» esclamò ancora Matteo che non era tipo di farsi mai gli affari suoi , «ma perché tutte le stalle c’hanno la porta de legno e quella del ferraro è de ferro?» e insieme avevano ripreso la passeggiata verso l’orto.

«a Mattè ma perché nun pense a le zucche che adè meio?» aveva risposto ormai spazientito il nonno.

Fra il nonno che con andatura lenta ma decisa evitava ogni ostacolo sulla strada e Matteo che invece come un grillo saltava qua e la sopra i selci che formavano proprio quella stradina, arrivarono così al campo delle zucche

L’arancione delle zucche spiccava fra il verde del fogliame e il marrone della terra, ma gli occhi di Matteo spiccavano più di tutto il resto quando aprì il cancello di legno ed entrò nel campo; nonno Mario rimase cinque minuti a guardarlo mentre godeva a vedere il nipote zampettare qua e la alla ricerca della zucca che per lui era migliore.

Alcune erano molto grandi ma troppo irregolari, altre erano precise per formare delle teste ma troppo piccoline per metterci dentro le candele della nonna.

Il nonno ne scelse cinque, che come ogni anno risultavano essere poi le migliori, e con grandissima soddisfazione, Matteo ne scelse altre cinque.

La giornata di sabato giungeva al termine e il sole ormai basso stava lasciando il posto ad una luna rotonda rotonda ancora bianca nel cielo; il nonno guardò verso l’alto pochi secondi e accortosi che Matteo stava perdendo tempo a giocare fra gli alberi di ciliegio disse «annamo Mattè che è ora…arrivamo giusto giusto che fa buio…e se gustamo le zucche»; non intendeva il sapore…e Matteo lo sapeva condividevano lo stesso sapore per quelle zucche.

Tornarono così a casa fra le mille domande di Matteo e le risposte annoiate del nonno che però, non perdeva occasione di dargli.

La strada non era lunghissima per tornare a casa ma le domande curiose di un bambino di dodici anni possono essere infinite e a volte imbarazzanti anche su tratti più piccoli.

«l’hae ripreso l’cortello de la nonna? Sinnò chi la sente quella?» chiese Matteo.

«Si ecchelo!» mostrò il coltello al nipote e poi aggiunse «questo è bono pure pe facce l’occhie l’naso e la bocca a le zucche…pare fatto a posta», un coltello a seghetto da cucina, di quindici centimetri di lunghezza, con una punta affilata e pericolosa.

Zucche pronte; con tanto di candele inserite all’interno.

Appena le avevano accese, le candele dentro le zucche, col fare della sera avevano iniziato a proiettare sulle pareti della casa dei nonni, ombre preoccupanti.

Matteo provava sempre le stesse sensazioni dapprima curiosità, poi ansia e un po’ di paura e quando il nonno gli faceva mettere l’ultima zucca sul davanzale della sala, provava sicurezza e tranquillità nella speranza che quella zucca, come gli aveva sempre raccontato, scacciasse demoni e spiriti maligni o almeno li tenesse lontani fino all’anno successivo.

Dopo aver posizionate si mettevano insieme alla finestra a vedere i volti dei passanti che attratti da quella zucca guardavano verso l’alto; qualcuno rideva, qualcuno aumentava il passo e filava via altri si facevano il segno della croce.

Quel preciso giorno, dopo cena, quando mamma e nonna erano già andate a dormire, Matteo e nonno Mario si ritrovarono attorno al caminetto.

«a no! quest’anno so’ più belle le zucche ve?» disse Matteo cercando approvazione nella risposta del nonno.

«ogni ano me pargheno più belle pure a me!», aveva risposto Mario mentre prendeva il pacchetto di sigarette dalla confezione morbida e un po’ accartocciata; ne prese una e la accese tossicchiando nuvolette di fumo.

«la porta del ferraro…» aveva iniziato e si era subito interroto, aveva dato altri due colpetti di tosse, ma non per questo aveva smesso di parlare, era come se non era sicuro di farlo.

«…te dicivo…la porta del ferraro…il ferraro l’ha cambiata…ae da sapè che prima le porte de le stalle ereno quase tutte uguale…tutte de legno, le faciva Santino l’falegname, ma doppo quel fatto che successe, l’ferraro dette foco a la sua e se la rifece de ferro» gli disse solenne mentre il fuoco del camino aveva trasformato il suo volto mite in un volto deformato dalle ombre, tutt’altro che rassicurante.

«…quale fatto no?» chiese Matteo che s’era ricoperto come la sera prima fino a sotto il mento.

«…ah!! iere nun te l’ho riccontato…mesà che me so’ scordato!» disse scuotendo la testo come se fosse stata solo una dimenticanza.

«Mario l’ferraro aveva smesso de lavorà…aveva fatto tarde quella sera, era ‘na sera proprio come questa…solo che adera mpo’ più freddo» ci tenne a precisare il nonno; intanto come tutte le sere s’era fatto silenzio e quella in particolare, era anche un silenzio surreale, con le ombre delle zucche sulle pareti, l’odore del fumo del camino che si mischiava a quello delle Nazionali di nonno Mario e delle caldarroste di nonna Nena.

«l’urtimo a passà col cavallo da ferrà fu proprio Tujo, pure lu aveva fatto tarde da Monte Ventoso ma le serviva de ferrà la bestia pe la mattina presto e l’ferraro l’aveva accontentato…sbaianno però!!» esclamò alla fine in Mario, come per dire che lui quel favore non glielo avrebbe fatto o almeno non a quell’ora.

«c’adae Tu, le chiese l’fabbrio a Tuio…l’aviva visto strano, verde faccia e mpo’ tremante e nun aviva mae tirato fora le mano da le saccocce de la giacca…gnente sor Mà, è da quanno so’ partito giù dal sodo che me sento un dolore da le rene a le spalle…avarò preso na freddata stamane, fra l’acqua e l’vento!!! Li per li, l’ferraro, me disse c’aviva creso», mentre il nonno raccontava Matteo sprofondava sempre di più nella poltrona, cercando di placare invano quel brivido che gli correva lungo la schiena che non poteva essere solo un brivido di freddo.

«..c’avrà avuto la febbre a no!» disse Matteo che cercava di auto rassicurarsi.

«No Mattè…» gli disse solenne nonno Mario, proseguendo «…mentre Mario ferrava l’cavallo, que, cominciò a nitrì nervoso e scarcià come si c’aviva l’diavelo n’corpo…nun ce la faceva a tenello fermo, allora Tujo de scatto allungò le mano pe aiutallo e…a come me riccontò l’ferraro…le vide tutte bozze sotto la pelle che se moveveno e quelle mano…mbè quelle… nun ereno manco più mano…e quanno se n’accorse pure Tujo, nu le fece manco finì de ferrà l’cavallo che scappo de corsa senza manco salutallo… quanno me riccontò sto fatto Mattè, l’ferraro piagneva come n’regazzino», Matteo era rimasto in silenzo con gli occhi spalancati a guardare il nonno che s’era lazato, «…ndove vae no’?» preoccupato aveva chiesto Matteo, mentre Mario lentamente era nadato verso la stufa.

«qui Mattè…mica ho finito de riccontatte…» gli aveva risposto col tono di chiede un attimo di tregua poi aveva aggiunto «…mo se famo mbel caffè co al ricotta..te va?» gli chiese il nonno che conosceva già la risposta, il caffè d’orzo col pane e la ricotta era un debole del nipote.

Matteo stava passando uno dei giorni più belli dell’anno, la notte delle zucche, proprio come immaginava sempre, e quella proposta da parte dl nonno era la ciliegina sulla torta, «si a no’!! famese l’caffè co la ricotta ma senza pane però!» aveva ripreso coraggio si era rimesso apposto sulla poltrona, bello dritto ad aspettare il vassoietto che di solito gli metteva la nonna, ma questa volta avrebbe avuto tutto un altro sapore.

Matteo mangiò un pezzetto di ricotta mentre il nonno versò solo una bella tazza di caffè d’orzo per se e una per il nipote.

«Mo l’ferraro era rimasto solo e Tuio era scappatto, de corsa come un matto, più matto del cavallo c’aviva portato!» sorseggiando il caffè si fecero le due di notte, in lontananza si sentiva un forte temporale che forse non avrebbe nemmeno sfiorato il paese ma un po’ di timore lo incuteva comunque.

Il fabbro chiuse bottega, si coprì bene, accese la lanterna a gasolio (che ancora utilizzava, forse, solo lui) e si incamminò verso casa; la lanterna proiettava la sua lunga ombra sulla strada del ritorno.

Quando arrivò vicino al fontanile, a trecento metri circa dalla prima fonte di luce artificiale, una figura gli si stagliò davanti, si muoveva ondeggiando, era goffa ed emetteva una sorta di grugnito, quando il fabbro cercò di riferirlo al nonno Mario, sembrava più il verso di un cinghiale, un grugnito misto a al ringhiare di cane rabbioso.

Da quella distanza non riusciva a capire cosa fosse ne le sue dimensioni ma la ragione lo fece indietreggiare velocemente fino a correre e tornare alla fucina e chiudersi dentro; quella cosa però lo seguì celere e fece giusto in tempo a mettersi al riparo che la porta della fucina venne aggredita violentemente e ripetutamente; colpi su colpi.

Il signor Mario si nascose all’interno del locale fucina, dietro una catasta del metallo che utilizzava per costruire cancelli e ringhiere, si rannicchiò a terra e si coprì di stracci, con i quali asciugava il ferro che freddava nell’acqua; sentiva bene ringhiare un animale fuori la porta e grattare e colpire il legno massiccio; il fabbro pensava che la porta verebbe comunque resistito ed invece, dopo diversi colpi, cedette e si spaccò prima in due punti, finché un terso colpo fortissimo accompagnato da un urlo disumano non la sfondò del tutto.

Mario se la stava facendo letteralmente sotto, la bestia entro colpendo a destra e a manca distrusse tutto, sedie panche arnesi da lavoro, rovescio tutto a terra e spaccò ogni cosa; poi sembrava essersi calmata.

L’animale, disse il fabbro, iniziò a girare per la fucina finché non raggiunse la stanza dove era nascosto lui; il fiato era rumoroso e corto, sembrava quello di un grosso cane affaticato e, col chiarore della luna che ormai entrava dalla porta sfondata del negozio, riuscì scorgere, da sotto il mucchio di stracci, due zampe pelose; tre artigli poggiati sul pavimento di pietra che si muovevano lenti in modo irregolare.

Il fabbro aveva iniziato a pregare già da prima, da quando la porta era caduta sotto i colpi di quella bestia ma ora, con la belva a due metri da lui, era paralizzato e già come morto, non respirava più già da qualche minuto.

Anche il mostro aveva smesso di emettere quei grugniti e latrati ma, ad un certo punto, un ululato uscì dalle sue fauci e spaccò il silenzio della notte, un rumore che sentirono fino al paese vicino e anche a quello ancora più distante.

Sempre da la sotto, il signor Mario, vide la bestia poggiare tutte e quattro le zampe a terra; un animale grande quasi quanto un asino con la testa di un enorme lupo ma che fino a quel momento aveva camminato eretto; lo vide guardarsi più volte attorno per un attimo ebbe anche l’impressione che lo aveva scoperto e invece no, lo vide scappare a quattro zappe con la velocità di un felino come avrebbe fatto anche un leone.

Quel poveretto non uscì da la sotto fino a quando non fu trovato il mattino dopo da alcuni signori che avevano bisogno di lui, proprio come nonno Mario, ma il primo era andato molto più vicino alla morte.

Matteo aveva finito il caffè e pensava al povero fabbro, poi dopo aver ripreso un po’ di coraggio chiese a suo nonno «…e Tulio no’?…che fine ha fatto? ».

Erano scoccate le tre e ormai era ora di andare a letto ma nonno Mario non voleva lascire il nipote con quel grosso punto interrogativo sulla testa, in fondo glielo aveva posto lui «l’giorno doppo Mattè…quarcuno ha detto de avello visto rientrà a casa quella notte, tutto zozzo de sangue che barcollava mezzo gnudo e se lamentava come uno mbricao…quarcun’altro disse che era cascato da cavallo e l’cavallo era morto…mbè, l’cavallo de Tuio sparì davero…lu disse che l’aviva vennuto…ma io nun c’ho mae creduto…Mattè, l’nonno a quel tempo faciva l’zenzale e… vojo di…conoscevo tutte le bestie e l’allevatore de la zona…e pure più lontano e nessuno, nde quel periodo aveva comprato o vennuto bestie».

Poi passarono un paio d’anni da quei fatti e una mattina, quando ancora era buio ed il cielo parecchio nuvoloso, una squadra di cacciatori si organizzò per andare a fare una battuta, la posta ai cinghiali, e fra di loro c’era anche Tulio Ferreri; ognuno prese la sua postazione nel bosco, chi la tana e chi le vie di fuga dei cinghiali.

Quando il cielo si schiarì e le nuvole si diradarono, nel cielo comparve una enorme luna bianca e fu in quel momento che nel piccolo spazio di bosco si scatenò l’inferno.

Qualche animale iniziò ad ululare, sembrava un lupo ma di certo ne era un cinghiale; era un urlo disumano, i cacciatori si riunirono tutti al buio cercando di coprirsi le spalle a vicenda; quando da dietro un cespuglio altissimo, un’ombra alta più di due metri si alzò minacciosa, uno di loro preso dal panico del momento sparo due colpi a pallettoni e l’ombra barcollò stramazzando al suolo con un tonfo sordo.

Nessuno dei presenti capì cosa fosse successo; nel trambusto e la confusione generale passarono attimi interminabili dove tutti sembravano essere impazziti, poi in pochi minuti si fece giorno e davanti a loro la scena si fece più nitida.

A terra la sagoma di Tulio, nudo in mezzo alla radura fra il fogliame; era morto stecchito i due colpi lo avevano centrato al petto.

Tutti, presi separatamente ed interrogati dal magistrato, raccontarono la stessa cosa che dissero ai carabinieri appena furono portati in caserma per la deposizione.

Tutti videro quell’animale alto più di un orso che sembrava più un lupo, li aveva attaccati da dietro la siepe, ululando nell’oscurità e tutti giurarono che quello non poteva essere Tulio; qualcuno avanzò l’ipotesi che forse il loro compagno di caccia era dietro la bestia per sbaglio e che quello fu solo un incidente mortale e l’animale fosse fuggito.

Comunque Filomeno il capocaccia, mentre veniva interrogato dal maresciallo dei carabinieri, non aveva smesso di cuotere la testa e, secondo il rapporto del pubblico ufficiale dove si evinceva che fosse palesemente in uno stato confusionale, giurò che tutto quello che aveva visto fosse vero e che quella sarebbe stata la sua ultima battuta di caccia «Marescià io nun ho paura né de lel lupe né de le cinghiale e si me trovo…ehm ehm…me trovavo…un orso nun scappavo manco davante a quello…ma quella era na creatura dell’inferno…un demonio mare scià…» dopo un momento di pausa dove s’era ascigato le perline di sudore sulla fronte e le lacrime che incondizionatamente continuavano a scendere incessanti aveva concluso «…un demonio che ce gira ntorno…fra le campagna del paese…un demonio che nun conosce manco il codice penale».

«comunque Mattè, doppo morto Tujo nun se so’ trovate più manco le bestie morte qui pe le campagne…tutte l’allevatore davemo sempre la corpa a le faine…ma le faine nun semagneno le bue, le sumare e le cavalle…e pure Mitraja se calmò».

Le candele delle zucche si erano ormai consumate reggeva ancora impavida solo quella fuori al davanzale, sopra la fioriera; Matteo disse «a no’!! appena finisce la candela sul davanzale annamo a dormì…e mesà che vengo a dormo con te e la nonna!!», il nonno lo guardò sorridendo; anche il temporale si sentiva ancora più lontano, ormai quasi in modo impercettibile, e quando ritirarono la zucca, che aveva fatto il suo dovere, il nonno fece notare a Matteo quanto fosse grande la luna pallida nel cielo.

Si coricarono alle tre passate, era notte fonda; nella calma più totale e proprio in quel silenzio, proprio come il temporale in lontananza si sentì un lunghissimo ululato, come quello della sera di prima; Matteo rizzò la testa di scatto, fra il nonno e la nonna che gli dormivano al fianco, nonno Mario, che aveva preso subito sonno, si svegliò all’improvviso e chiese «…che c’è Mattè?», il nipote curioso e in apprensione gli disse «ma…Tulio…è morto davero no’!?», nonno Mario lascio passare un paio di secondi e poi rispose «si, l’poro Tujo è morto davero…» dopo un’altra piccolissima pausa aggiunse «ma l’fio ancora è vivo…è quello che da giovene…annava appresso a la tu ma!…mo però dorme, tanto qui nun ce vene nessuno…chi ha visto la zucca su la finestra è scappato lontano chissà ndove è errivato».