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Fuochi di ferragosto. Liberamente tratto (ma non troppo)da una disavventura ferragostiana.

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Il 15 agosto,  è una data che per ogni italiano medio assume una connotazione importante. Diverse sono le opzioni, vacanza a Fregene o Rimini o grandi abbuffate e grigliate con amici e parenti fino allo sfinimento. Il ricco no…l’italiano ricco il ferragosto manco lo vede… è un intermezzo fra una vacanza e un’altra nella sua barca….o alle Maldive o dove il popolo non può andare. Alice in fondo in fondo era un po’ proletaria …forse solo per invidia e non per giustizia . Quel ferragosto però Alice decise che lo avrebbe passato in una spiaggia di Ansedonia…da sola con il suo (presunto) uomo.
La moto era pronta…due panini…acqua libri …telo per fare una capanna da poveracci e via.
L’idea di non cucinare per un esercito di amici o parenti era vincente! Via …si parte. Dopo i primi km si sentiva già aria di rilassatezza e poi in moto non si parla, si pensa semmai! Ed Alice era felice poiché mentre stava per partire aveva visto passare Matteo .
Sull’Aurelia poco traffico….velocità di crociera 90 km orari.
Cazzo vuoi più dalla vita? Pensava Alice…ma non sapeva che cosa sarebbe accaduto dopo due minuti.
Ad un certo punto due donne gesticolavano accanto alla loro auto, il presunto uomo di Alice si fermò poco distante dall’auto che stava prendendo fuoco, in realtà il fuoco si stava propaganda anche nel prato secco antistante ad una fratta . «Cazzo fai?» Disse Alice «….mi fermo non vedi che hanno bisogno di aiuto?» Mise il cavalletto alla moto e balzò dalle due donne . Si fermò un’altra macchina ed uscì un uomo mentre sua moglie lo riprendeva concitata «….cazzo vai? Stai attento !» Alice Chiamò i soccorsi poiché quelle due insensate stavano scaricando i bagagli dall’auto.
Voleva scendere dalla moto ma il presunto marito aveva messo male il cavalletto e per non cadere, e far cadere la sua preziosa moto che le sarebbe di certo le sarebbe caduta addosso , decise di rimanere in sella senza fare movimenti bruschi; non era il caso di farsi male il giorno di ferragosto!
Di certo pure i cretini sanno che non ci si può fermare con il motore ancora caldo sull’erba secca, ma quelle due signorine ( pure carine) non lo sapevano e il caldo aveva fatto accendere un fuocherello sotto la loro macchina parcheggiata a cazzo di cane che stava già intaccando la ruota anteriore e il fascione di plastica.
Alice guadava le operazioni di soccorso i due uomini nelle vesti si superman e l’uomo ragno cercavano di spostare l’auto da sotto il fuoco e con le bottigliette di acqua le due gentili signorine cercavano di spegnere il fuoco .Alice pensò che la deficienza umana non avesse limiti , come potevano spegnere quel fuoco?
Insomma, i due super eroi avevano appena spostato l’auto, portandosi dietro pure il fuoco e le due pulzelle erano ormai fuori di testa, Alice iniziava a sentire caldo sulla coscia destra poiché per salvare l’auto i due coglioni non si erano accorti che il fuoco stava avanzando verso la cunetta ; la signora, moglie del primo coglione, iniziò ad urlare al marito « vieni via da lì! Il fuoco sta avanzando …aòòòò io sposto la macchina !»
Alice che poteva fare? Non poteva scendere, iniziò a chiamare superman ma lui era così preso che nemmeno la sentiva .
Improvvisamente il crepitio del fuoco si fece più intenso e un fumo acre entrò nel casco di Alice, si girò ed una lingua di fuoco alta aveva già invaso la fratta ; la calma è la virtù dei forti, ma non di Alice che sollevò il casco ,il fuoco era lì….urlò con quanto fiato in gola avesse, il cornuto si girò e capì il pericolo « scendi dalla moto ! svelta» « e come faccio? La moto cadrà non è fermata bene , vieni qui aiutooo»
Lui arrivò di corsa con un fazzoletto davanti alla bocca e disse “«sposto la moto più giù»
“«adesso metti in moto e andiamo, la macchina è salva, che cazzo devi fare ancora? Non vedi sono intossicata di fumo e ho i jeans incandescenti , andiamo via!»
Lui mise in moto e si girò di scatto quasi indispettito, con uno scatto da matto si allontanò dal luogo dell’incendio , Alice iniziò a sbattere il suo casco contro quello della testa del salvatore del mondo, iniziò a scalciare, a picchiarlo sulle spalle, con la gamba gli assestò un calcio sugli stinchi, la moto oscillò e finalmente dopo un km di percosse si fermò.
“«tu devi essere scemo, non hai visto che rischio mi hai fatto correre? Eh cretino che non sei altro! » iniziò a piangere di rabbia e di paura , quella lingua di fuoco aveva lambito la moto e aveva provato sulla sua pelle la pericolosità del fuoco.
««scusami, hai ragione avrei dovuto essere più prudente, metterti in sicurezza e poi andare»
“«vaffanculo, vaffanculo, vaffanculo, è l’ultima volta che vengo con te » mentre lui cercava di rassicurala abbracciandola lei gli sferrò l’ennesimo calcio.
5 minuti di silenzio, poi tutto si calmò, sentirono le sirene dei pompieri e senza dire una parola salirono in moto , prossima fermata le splendide dune di Ansedonia.
Alice assunse di nuovo il controllo e l’odore acre del fumo stava facendosi più debole, come la sua incontenibile rabbia.
Ebbene sì, era ferragosto e doveva rilassarsi in quella splendida spiaggia, costruire la sua capanna e dormire , fare bagni, leggere …. senza parlare al mostro assassino , andava bene lo stesso.
Erano quasi al bivio di Ansedonia, eccolo , ci siamo. Il mostro lo oltrepassò, Alice gli strinse il fianco e disse « il bivio era quello!» «no…da lì non si passa, ho visto il percorso si google map, fidati»
Insomma oltrepassò Orbetello e si diresse verso la Feniglia, non era possibile, non aveva capito un cazzo, ma Alice non fiatò, aspettando che si fermasse per dirgli che non era quello il posto, arrivarono alla pineta del tombolo, non c’era un posto nemmeno a bestemmiare, la gente arrivava a flotte; « ferma sta cazzo de moto! Io qui non ci vengo, non è questo il posto, nemmeno ti ricordi dove mi hai portata l’altra volta? È vero che sono passati anni, ma era Ansedonia, e pensare che avevamo pure fatto sesso lì,grandissimo stronzo, io qui non ci vengo, portami a casa, basta! » « stai calma, ho sbagliato, pensavo volessi venire qui, torniamo indietro …. Tranquilla, ma pure qui è bello.» « io qui non ci sto, allora andavo a mare a santa Severa se dovevo stare in mezzo a questa folla, portami a casaaaaaaaaaaaa, ho fame, voglio andare a casa mia» “«scendi dalla moto, svelta altrimenti ti buttò giù io, ci stanno guardando tutti, scendi e zitta, a casa ci vai a piedi o ti trovi un passaggio» Di solito Alice si calmava solo quando vedeva che l’essere disumano faceva sul serio, e stavolta faceva sul serio « ti ho chiesto scusa, ora mi sono sbagliato, ti chiedo ancora scusa, hai sposato un coglione ok? Adesso fai pace col cervello , e adiamo ad Ansedonia.»
Era ferragosto, avrebbe dovuto essere una giornata di relax…Alice respirò profondamente e tornarono indietro, finalmente il bivio, Ansedonia, stavolta non sbagliò, e seguendo le indicazioni di Alice arrivarono al parcheggio del parco naturalistico le dune, poche persone, lì si doveva camminare, un bel parco pieno di alberi e di daini che si facevano accarezzare.
Alice distese i tratti del viso e si fece tenera e graziosa, potere delle donne, nonostante tutto sono esseri adattabili ad ogni circostanza.
Dopo qualche km di cammino arrivarono a quella lingua di spiaggia meravigliosa, sabbia bianca, acqua cristallina. Erano quasi le 12 , che il ferragosto abbia inizio! pensò Alice.
Giornata splendida , tanti bagni , relax e sonno ristoratore, tutto era stato dimenticato, o quasi.
Erano le 17 e decisero che era ora di tornare a casa , il viaggio era abbastanza lungo, e c’era da camminare parecchio nel parco .
Poteva finire così bene quel ferragosto? Si che poteva, ed Alice era felice e rilassata, ma questo stato durò poco, molto poco, mai avrebbe pensato che attraversare il parco delle Dune fosse stato così difficile, anzi doloroso!
Lasciata la spiaggia si inoltrarono nel parco, Alice aveva deciso di vestirsi alla moto , era coperta dal suo carinissimo copricostume disegual. Si ,in fondo alla fine era stata bene, ora rimaneva la camminata in mezzo ai daini…natura incantata. Ad un certo punto sentì uno strano fuoco nelle gambe…una serie di piccole punture;abbassò gli occhi e si accorse di avere le gambe piene di zanzare fameliche, iniziò a saltellare come una tarantolata, anche le braccia erano diventate bersaglio ! Chiese al salvatore della patria di fare qualcosa e lui per tutta risposta iniziò a percuoterla, tanti ceffoni sule cosce che lasciavano scie di sangue e poi passò alle braccia! Insomma la stava gonfiando di botte! «Dammi i jeans …corriiiii» Alice indossò i pantaloni mentre correva . E si mise l’asciugamano sulle spalle. Ma una zanzara puttana era rimasta attaccata al suo polpaccio e continuò a mordere e mordere da sotto i pantaloni. Finalmente con uno scatto da centometrista Alice e quell’uomo arrivarono alla moto. Lei era piena di ponfi e l’essere immondo aveva beccato solo un pizzico …e dire che si era pure fermato a togliersi il costume e vestirsi . E niente…manco un ponfo sul culo!
Finalmente a casa! Doccia e pomata al cortisone braccia e gambe e pigiama, ferragosto stava volgendo a termine, Alice desiderava il letto, posto comodo e tranquillo,anche perché il sole scottava sulla pelle.
Purtroppo il suo desiderio andò in frantumi alla domanda di quell’uomo con cui aveva condiviso oltre 30 anni di vita (come cazzo aveva fatto non lo capiva) disse «vogliamo uscire ? Andiamo a vedere i fuochi d’artificio?» Quella domanda secca la spiazzò e timidamente e senza riflettere Alice rispose di si.
Non era ancora finita….no….
passeggiavano e salutavano le persone che affollavano la piazze l’uomo bionico dava segni di cedimento! Alice pensava fra sé che forse sarebbero tornati a casa prima dei famigerati fuochi.
«Alice,forse è il caso di rientrare, tu non sei stanca?» «Un pochino, ma se vuoi andiamo!» Uno sfavillante sorriso illuminò il suo volto…”finalmente ” .
Appena arrivarono a casa il signore si mise a letto mentre Alice si fermò a fumare una sigaretta fuori. «Dai alice vieni a letto» disse colui che forse voleva finire in bellezza la serata di ferragosto.
Lei si affrettò a fumare e lo raggiunse….russava….ebbene sì russava!
Alice era disturbata da quel russare e non riusciva a dormire. Era ormai così nervosa che il sonno non arrivava.
Ad un certo punto sentì i primi spari dei fuochi…si alzò dal letto e si mise in finestra a guardare quei piccoli fuochi che più che d’artificio avevano l’aspetto dei fuochi fatui e il rumore era quello dei petardi.
Intanto quello russava …
Che faccio? Lo sveglio? Gli di due calci?
Ebbe una illuminazione :aprì il frigo, prese una Ceres e si scaldò una piadina la riempì di maionese e tonno!
Azzannò il panino e si attaccò alla Ceres « vaffanculo alla celiachia e al ferragosto”»si sdraiò sul divano …fu il sole a svegliarla….ma era già il 16.
Meno male ferragosto è passato!
Alice

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IL RIPOSO DEL GUERRIERO

Da ” il riposo del guerriero”, era risaputo, potevi trovare di tutto; dal pilota di formula uno, al pugile campione del mondo, al calciatore che, nella sua vita agonistica, aveva vinto tutti i trofei le coppe e le medaglie.

Tutti atleti professionisti arrivati sulla soglia degli ottanta, senza il becco di un quattrino, senza più un parente ad assisterli o al massimo figli e nipoti che si erano scannati per spartirsi tutti i beni accumulati dai loro campioni ai tempi d’oro.

Ogni atleta aveva pensato ad una sorta di assicurazione diciamo, particolare; una piccola ricchezza investita durante la primavera, appunto per i mesi più freddi della vita.

Red Baron, ad esempio, un famoso cestista americano, aveva donato al centro più di due milioni di dollari, assicurandosi una adagiata permanenza nel caso le cose gli fossero andate male nella vita; Joseph Shulz, il più forte lottatore tedesco, aveva donato diversi milioni di marchi per lo stesso fine e così pure Besniec Prunilla il pugile rumeno che aveva mantenuto il titolo mondiale per i pesi welter per ben otto volte.

Flavia aveva portato suo padre, dopo svariati accordi col direttore della struttura e qualche centinaio di carte bollate e firmate in calce, il giorno di ferragosto.

Aveva chiamato il dottor Frenklin a metà luglio «…dovrei accompagnare mio padre ma ….bla bla bla bla bla».

Aveva manifestato il suo problema per i giorni precedenti a ferragosto, non era ancora in ferie non poteva accompagnarlo in quel periodo.

Il direttore de “il riposo del guerriero” le aveva detto che non c’era problema, poteva presentarsi in qualunque momento e a qualunque orario, c’era sempre un inserviente o un addetto alla ricezione dei “clienti”, così li aveva chiamati.

Nel tono della sua voce  Flavia aveva captato una nota stonata, non sapeva però cosa volesse significare ma tanto, era troppo tardi, i soldi erano stati già versati da suo padre quando lanciava il giavellotto nei suoi anni migliori e gli accordi erano stati presi.

Mauro Leoni, otto volte primo alle nazionali italiane, quattro volte primo alle gare europee, due olimpiadi e un mondiale a squadre.

Non pagava molto il giavellotto ma, a metà della sua carriera sportiva, aveva aperto un grosso centro sportivo (generico) e diverse succursali specifiche per l’atletica pesante e leggera; in più aveva sottoscritto un mega contratto milionario con Nike, Australian e Technogim che gli avevano fatto lievitare il conto in banca allungandolo di parecchi zeri.

Quando lo chiamò la banca San Paolo di Milano, Mauro, si presentò con l’avvocato, il commercialista e il suo procuratore, quando uscì lo prese l’ambulanza, scortata da una pattuglia e venne assistito da uno psicologo per un paio di mesi.

Flavia era entrata nel vialetto  con la macchina, lo aveva percorso per tutta la fila di statue che rappresentavano ognuna una disciplina sportiva; erano circa una trentina di statue, a grandezza pressappoco naturale che fiancheggiavano la strada di ghiaia fino ad una bellissima struttura in fondo.

Più che un ritiro per anziani sembrava una sorta di spa.

Provava quasi invidia per suo padre; se non fosse stato perché suo marito l’aspettava già con la moto accesa sotto casa per portarla a festeggiare ferragosto sulla spiaggia come ogni anno, si sarebbe fermata pure a fare qualche massaggio pensó.

Dopo aver parcheggiato il Mercedes entrarono insieme nella struttura.

Non c’era il direttore ad attenderli; un signore tutto distinto era andato ad aprire la porta a vetri scorrevole, tutta rifinita in radica di noce.

Più che la porta di uno ospizio sembrava l’accesso alla veranda di una ricca villa padronale.

«Buona sera signorina Leoni» la salutò con voce aggraziata ed un sorriso smagliante l’uomo in giacca e cravatta, vestito di scuro.

«Signora…grazie», tenne a puntualizzare Flavia.

Le rispose ricambiando il sorriso, gli porse la mano che, con delicatezza, l’uomo prese portandola a due otre centimetri dalla bocca e facendo un inchino.

Il signor Mauro invece, che era si anziano ma per niente rincoglionito, alto un metro e ottantasette (dieci centimetri meno del giorno in cui aveva attaccato il giavellotto al chiodo), poggiato al suo bastone, aveva fatto una smorfia guardando per sbieco quel damerino e, pur non vedendo più molto bene, lo aveva ispezionato dalla punta delle scarpe alla cima dei capelli da sotto i suoi occhiali spessi; «riportame a casa Fla…io qui nun duro mezza giornata manco se fanno tornei de briscola e tresette», aveva avvertito sua figlia.

La figlia, che ormai conosceva quel vecchio testardo, aveva fatto finta di niente, apprezzando comunque la gentile accoglienza aveva seguito quella specie di maggiordomo   fino ad un’ampia sala, molto illuminata.

«qui é dove passano più tempo i nostri…guerrieri…oh, ora non c’é nessuno, si stanno preparando tutti per domani…ferragosto…e, alcuni stanno preparando bagagli e borse per andare con i parenti, mentre altri, come il signor Leoni, sono appena arrivati e domani ci saranno attività in piscina e…al campo da golf e…altre cose che organizziamo per loro» c’aveva tenuto a puntualizzare l’inserviente elegante, e poi aveva aggiunto in tono confidenziale «…sa…non abbiamo ancora Tigerwood e…poi ci sono anche guerriere…anche loro a riposo qui da noi…sa, nascono spesso rapporti idilliaci fra i nostri clienti che nemmeno avrebbero mai immaginato!»

Chiuse la conversazione come per dire “su andiamo, stiamo perdendo tempo e saltiamo il meglio” ma con uno strano sorriso sulla faccia, mentre l’ex giavellottista continuava a scuotere la testa come per dire “voi non sapete di cosa sono capace e ve ne pentirete amaramente maledetti bastardi”…

Flavia accompagnò suo padre alla splendida stanza che lo attendeva per quei dieci giorni di ferie e, lei e i suoi fratelli se lo sarebbero tolto dalle palle.

Non lo lasciavano mai il gigante buono (ma molto molto rompipalle), ma per una serie di sfortunate circostanze avevano dovuto approfittare del soggiorno che Mauro si era garantito in gioventù.

Da quando erano arrivati non avevano visto molti ex atleti, anzi non ne avevano visto nemmeno uno; solo sul corridoio, prima di arrivare a quella che sembrava una suite imperiale, avevano incrociato un signore scuro di pelle e tutto brizzolato che stava poggiato al muro con lo sguardo perso bel vuoto.

Quando erano passati aveva detto sottovoce «non lasciarlo…portalo via…siamo spiati dalla mattina alla sera…»; lo disse sgranando gli occhi e Flavia pensò che il rincoglionimento senile fosse una gran brutta bestia, proseguì fino alla suite.

Nessuno; non c’era nessuno a parte il rintronato senile che si sentiva spiato.

Ma dove erano tutti? Va bene che si stavano preparando per ferragosto o per passare un po’ di tempo con le loro famiglie, ma un minimo di movimento doveva pur esserci, valige bagagli gente che entra, gente che esce, un po’ come dovrebbe avvenire in un albergo o un ostello, prima o dopo un periodo di festività; e invece niente.

E mentre Flavia continuava a ripetere a suo padre di sistemare i vestiti per quei cinque giorni (scarsi), il signore del giavellotto borbottava sottovoce «vai vai…non ti preoccupare dopo lo faccio…con calma…dopo la partita di golf…» concluse sarcastico Mauro.

Zoppicava col bastone solo perché il dottore glielo aveva consigliato; non é che ne avesse proprio bisogno, ma il dottor Lima, suo amico di vecchia data, glielo aveva regalato per farlo stare più tranquillo e, con l’ausilio dello stesso bastone aveva raggiunto l’enorme finestra che dava sulla parte opposta all’ingresso; il campo da golf, la piscina, il maneggio, un bellissimo giardino con aiuole tutte lavorate e disegnate e un percorso di ghiaia sul quale di tanto in tanto si scorgeva,  dalla finestra della suite, qualche panchina di legno.

Nessuno; nemmeno in quel punto c’era nessuno e nessuna movimento nè umano ne animale.

Inserviente: «direttore buona sera»

Dott. Franklin: «Buona sera Tomas abbiamo notizie della statua?»

Inserviente: «buone notizie direttore…diciamo che la statua é qui, non é arrivata in buonissime condizioni ma…con qualche ritocchino…ce l’abbiamo».

Dott. Franklin: «bene, arriverò domani mattina molto presto… oforse stanotte… ci sono ancora due posti sul viale e, se una statua é arrivata…significa che ne é rimasto solo uno e l’opera é completa per la presentazione ufficiale»

Inseviente: «benissimo direttore, la saluto, ora mister Leoni non é molto d’accordo sulle decisioni dei parenti ma credo che prima riuscirò a congedare sua figlia prima si abituerà all’idea…proprio come tutti gli altri».

Flavia era salita in macchina in  silenzio surreale, aveva salutato suo padre e il damerino che l’aveva accolta; aveva salutato anche l’uomo brizzolato che era rimasto nella stessa posizione tutto il tempo e questi, mentre lei riprendeva le scale per scendere a pian terreno, le aveva detto a denti stretti e lo sguardo verso l’alto con un’espressione alquanto tirata: «…é pieno di telecamere…qui…sono ovunque sa?…», poi era tornato a fischiettare disinvolto.

Mentre Flavia si era avviata verso il viale per uscire, non aveva potuto fare a meno di osservare le statue ai lati della strada di ghiaia; aveva persino rallentato.

Una statua rappresentava un giocatore di tennis nell’atto della battuta, un realismo perfetto, le ricordava una vecchia immagine che suo padre teneva nel garage. Il poster di un tennista molto forte, uno degli anni ottanta ma che lei non aveva mai visto giocare.

La statua diametralmente opposta era un giocatore di football americano con un pallone ovale in una mano, nell’atto di lanciarlo, forse un passaggio; ma quello non le ricordava nulla, non aveva mai seguito quello sport.

Un discobolo, un lanciatore di martello, un calciatore, un pugile, un judoka e…cazzo! pensò a voce alta nella sua mente; il sangue le si era gelato nelle vene qualche cosa nella sua mente era scattato innescando un meccanismo di recupero dati velocissimo.

Un karateka nell’atto di tirare un calcio molto alto più alto della sua testa; ma non era questo che l’aveva impressionata.

La cosa più strana che aveva catturato la sua curiosità era il realismo con cui quella statua marmorea esprimeva tale tecnica ma il campanello d’allarme nel cervello glielo aveva dato il volto di quell’atleta.

Maurizio Sentili , suo padre aveva avuto un collega e carissimo amico che per molti anni aveva frequentato casa sua, per lei era come uno zio, anzi, per lei era l’unico zio che però, d’un tratto non s’era fatto più vedere.

Suo padre aveva sempre pensato che fosse per colpa delle donne; era uno, dicevano, ci sapesse fare anche se in verità, Flavia, non aveva mai conosciuto una zia “di” zio Maurizio, ma era uno che si faceva voler bene e soprattutto era uno che voleva bene e non ricordava nessuna vita mondana di lui.

Le dispiacque molto per quel l’allontanamento ma suo padre le aveva insegnato a lasciar libere le persone, che a volte, le diceva, hanno proprio bisogno di allontanarsi per ritrovare loro stesse…

Cazzo.

Aveva inchiodato di colpo e quasi era andata a sbattere col naso sul volante del Mercedes; dopo un breve momento di riflessione era scesa e si era avvicinata a quella statua di marmo grigio.

Le pieghe del karategi erano riprodotte nel dettaglio come il nodo della cintura che mostrava sui due lembi una sigla in giapponese.

I piedi nudi dell’atleta sembravano veri, riprodotti fedelmente nei minimi dettagli,  sembravano due piedi reali; la curiosità prese il sopravvento, scese dalla macchina e si avvicinò di più.

Figlia di atleta (anche lei agonista dilettante nella scherma) aveva snobbato lo sport del padre ma, sempre con molta preparazione e allenamento, non gli fu difficile arrampicarsi sul metro e sessanta di muro sopra al quale erano ben fissate le statue.

E ancora cazzo e doppio cazzo, pensò.

Il volto del karateka era riprodotto persino nelle rughe attorno agli occhi, con la bocca leggermente aperta in una smorfia quasi di rabbia, quasi un ringhio; le mani perfette, serrate con le nocche bene in evidenza e il calcio ben tesò in alto, più  in alto della sua testa.

Mentre Flavia ispezionava centimetro dopo centimetro di quella statua così dettagliata, notò  qualche cosa che quasi la paralizzò.

La caviglia della gamba che aveva tirato il calcio era leggermente scoperta dal pantalone del karategi, precisamente la destra.

Una cicatrice lunga dodici punti correva lungo il perone fino al malleolo esterno e due piccoli bozzi si trovavano a metà della cicatrice; mentre all’interno dello stesso piede un’altra cicatrice segnava il malleolo interno.

Ricordò perfettamente il giorno che ebbe una brutta distorsione alla caviglia mentre si allenava col giavellotto, fu anche il giorno che decise di cambiare sport con tristezza per il padre; zio Maurizio però le mostrò il regalo di un difensore che, una  partita di calcio, quando era molto più giovane, gli aveva spezzato il perone e staccato un legamento interno alla caviglia.

Due viti e diciotto punti di sutura in tutto, le due viti gliele aveva fatte anche sentire con le dita.

«zio…ma poi…tu hai smesso di giocare a pallone!!» le disse lei lamentandosi ancora per il dolore e zio Maurizio le aveva mostrato quelle cicatrici dicendole: «…si ho smesso di prendere a calci i palloni…ma adesso prendo a calci le persone ahahahhahahah. ..e so’ che potrebbero farlo anche loro…così sto più attento anche io aahahaaahhah» avevano riso un po’ insieme e poi si era convinta a fare altro, la scherma.

Troppe coincidenze in quella statua, il realismo, i dettagli fisici, potevano anche andare ma questi particolari personali non erano un caso.

Saltò il muro come niente fosse, un po’ la prestanza e un po’ il terrore, voleva vederci chiaro e sapeva che il direttore non sarebbe arrivato prima del mattino successivo.

salì in macchina come se non fosse mai scesa sperando che nessuno l’avesse notata, uscì dal cancello che, automaticamente e con le luci arancioni lampeggianti, si richiuse dietro l’uscita del  merchedes.

Percorse non più di un chilometro, imboccò una vecchia strada sterrata e lasciò la macchina ben nascosta.

Nel frattempo aveva chiamato i suoi tre fratelli e li aveva avvertiti di quanto le era successo e del fatto che, probabilmente, il padre fosse in pericolo.

L’omino damerino si era affacciato alla porta della suite e con voce suadente aveva avvertito Mauro che alle diciannove avrebbero passato la cena e che, se avesse voluto, avrebbe potuto mangiare in camera; il suo atteggiamento però era cambiato quando Mauro gli aveva chiesto dove fossero gli altri, quelli che non andavano a festeggiare ferragosto altrove.

In quel momento sir Tomas  si era quasi trasformato, si era oscurato in volto e gli aveva risposto seccato che, in poche parole,  doveva pensare per sè.

A Leoni quella risposta non piacque, già non gli piaceva quel posto, non gli stava simpatico quel damerino e figuriamoci quel trattamento.

Mancava un quarto alle diciannove quando prese l’ascensore e si accorse che mentre poteva raggiungere tutti i piani, per  andare nell’ interrato aveva bisogno di una chiave.

“Bene”, pensò l’ex giavellottista, “il mio obiettivo sarà il piano interrato”, ripeté fra sé e sé con un pensiero di sfida.

I fratelli di Flavia, Massimo, Angelica e Alessandro , le dissero di aspettare prima di fare qualunque cosa affrettata o al massimo chiamare la polizia ma sapevano con preoccupante sicurezza che non avrebbe mai ascoltato; era la più piccola dei fratelli e anche la più testarda e poi era quella attaccata di più a suo padre, con quel carattere, solo lei poteva andarci d’accordo; erano uguali.

Flavia ci provò ad aspettare ma la paura di arrivare troppo tardi era più forte.

Quando ormai il buio aveva inghiottito tutto e si scorgeva solo il viale illuminato, Flavia prese coraggio, scavalcò il cancello come fosse un gatto e, di soppiatto, passando dietro le statue ad una ad una, arrivò nei pressi della bellissima struttura.

Continuava a non vedere nessun segno di attività né dentro né fuori  e questo era già un segno che quel signore tanto gentile aveva detto qualche bugia di troppo, ma le interessava ben poco inm quel momento, voleva solo recuperare suo padre.

Mauro, che non era riuscito a scendere con l’ascensore, arrivato a piano terra aveva iniziato a cercare le scale per scendere a piedi che sembrava fossero veramente inesistenti; per un attimo pensò che la soluzione fosse all’esterno.

Non c’era nessuno a dargli fastidio ed era contento che quell’ometto in giacca e cravatta non gli stesse fra i piedi; iniziò così a passeggiare per il “riposo del guerriero” fino a che non scorse una stanza dalla parte opposta alla parete dell’ascensore.

Bingo, pensò soddisfatto e quasi con sorpresa.

La porta era chiusa a chiave ma i suoi novantacinque chili non ci misero molto a scardinare la serratura.

Entrò e la chiuse dietro di se accostandola.

La stanza non era una stanza; era una piccola anticamera tutta buia.

Mauro con l’utilizzo del bastone aveva raggiunto una scala che scendeva verso il basso, il suo sesto senso, che in genere non funzionava mai, lo stava invece mettendo sulla giusta strada e, anche molto pericolosa.

Scese la scala e arrivò al piano interrato; capì che era arrivato in un altro stretto corridoio con l’aiuto del bastone, e sempre con l’asilio di questo aveva raggiunto un’altra porta e non gli era stato difficile forzare anche questa.

Una volta dentro aveva cercato d’istinto l’interruttore e una macabra sorpresa lo stava aspettando.

Due lettini d’ospedale collegati a delle strane macchine e ad alcuni terminali; poco distante dai freddi lettini c’erano due campane, una di vetro e una di lucido metallo.

«ben arrivato signor Leoni » lo aveva colto di sorpresa una voce familiare.

Il damerino questa volta si era presentato con un camice grigio senza alcun segno di riconoscimento e, sempre con fare convincente gli aveva consigliato di stendersi sul lettino, che tanto avrebbero fatto presto.

«se lei si mette comodo qui sopra e si rilassa…tra un paio d’ore…la faremo entrare…nella storia…nell’olimpo degli dei…» aveva detto istrionico a Mauro il damerino in camice grigio.

Un altro signore ben curato, sulla trentacinquina, era uscito quasi dal nulla dietro il simpatico inserviente facendo una comparsa ad effetto.

Taglio di capelli abbastanza lungo con la frangia da una parte, di colore nero corvino come la barba incolta.

«la prego signor Leoni, non faccia troppa resistenza…» aveva esordito questo con lo stesso tono del primo: « non ce n’è motivo…e poi, diciamo la verità…»,dopo una breve pausa aveva continuato un po’ sarcastico e un po’ serioso: «…il giavellotto non é una disciplina così…di nicchia!! Voglio dire…un pugile, un pilota o addirittura un centometrista se li ricordano tutti…anche a distanza di tempo ma…un giavellottista…maddai!?» aveva concluso il suo pensiero guardando fisso Mauro e scuotendo la testa; Mauro ancora non aveva ben chiaro cosa volesse dire, ma il fatto che non opporre troppa resistenza gli aveva messo un po’ d’ansia.

«adesso le spiego…» aveva iniziato il più giovane.

« io sono il nuovo direttore…capisco che lei aveva preso accordi con la vecchia gestione e capisco…e bla bla bla bla…ma io penso…poche chiacchiere e…la domanda é: il signor Leoni, é pronto ad entrare nell’olimpo dei guerrieri?»

L’ex giavellottista stava realizzando che quei due erano pazzi, di certo, ma ancora loro non lo sapevano e lui non aveva capito quanto.

Gli spiegarono il loro macabro e surreale progetto.

Lui veniva addormentato, imbalsamato parzialmente vivo grazie a delle sostanze particolari che lo avrebbero bloccato e paralizzato in una posizione particolare poi lo avrebbero messo nella prima campana di vetro per almeno dodici ore, dove alcune sostanze gassose avrebbero fissato chimicamente gli agenti iniettati nel suo corpo, e dove lui sarebbe stato messo nella posizione più consona come quella ad esempio di tirare un giavellotto, per l’eternità.

Al termine delle dodici ore avrebbero corretto tutte le imperfezioni, dopodiché sarebbe stato messo nella seconda campana di metallo, dove una cola di marmo liquido lo avrebbe sommerso, e grazie agli ultrasuoni gli si sarebbe plasmato addosso nei minimi dettagli.

L’ultima operazione, dopo la rimozione delle sbavature con un frullino ordinario che avrebbe potuto fare chiunque, sarebbe stata quella di applicargli un giavellotto ma solo dopo aver posizionato la sua statua sul viale, all’ingresso del centro.

«solo una domanda mister Leoni…come lo preferisce il giavellotto: d’oro, d’argento, di marmo, o vuole quello suo originale?».

«posso sceglierlo io!» disse con voce ferma qualcuno nel buio del corridoio alle spalle Mauro, era sua Figlia.

L’ex atleta si guardava attorno confuso senza sapere più cosa stesse succedendo, si aiutò col bastone perchè per un attimo pensò di cadere secco come una pera.

«bene!» rispose secco il direttore, «vorrà dire che il fioretto lo sceglierà suo padre, al posto suo…é d’accordo?» continuò sarcastico con un ghigno demoniaco, «immagino che anche lei non veda l’ora di prendere il suo posto sul viale…nell’olimpo degli dei, c’é ancora un posto».

A quel punto per Flavia fu tutto chiaro.

Per zio Maurizio era troppo tardi, non era scappato né si era allontanato a cercare se stesso, era finito nell’olimpo degli dei, magra consolazione ma almeno avrebbe saputo dove portargli i fiori e dove andare ad onorarlo.

Il problema però adesso erano i due folli artisti del demonio, gli scultori del diavolo.

Ormai si erano fatte le dieci passate, era molto tardi; Flavia aveva avvertito tutti, tranne la polizia (sperava lo avessero fatto i fratelli) e prima che qualcuno di loro li avesse raggiunti, lei e suo padre sarebbero diventati il decoro finale del vialetto, due bellissime statue ornamentali; pensò di prendere tempo provocando quel pazzo del direttore.

Gli  chiese come avrebbe nascosto tutto e giustificato la loro scomparsa, come aveva giustificato la scomparsa di tutte quelle persone, cercò di fargli capire in quale guaio era incappato e quanto fosse grave quel reato, ma quello era un pazzo visionario aiutato da un altro pazzo (anche di più) in giacca e cravatta e non voleva sentir legge; pensava al suo giardino, al suo viale, e a quanto sarebbe stato bello il progetto terminato; e poi fece notare alla ragazza quanto era stato fortunato; le disse che quello era stato un segno del destino, aveva la possibilità di completare l’opera senza aspettare il prossimo “atleta” e che quando i suoi parenti fossero arrivati avrebbe saputo come togliersi dai piedi con le buone, o con le cattive.

Per quanto riguardava la sua presenza li non c’era nessun problema, lui risultava altrove ed aveva un alibi perfetto e loro, disse, poteva dimostrare che non erano mai arrivato al centro o almeno non per Tomas.

Dopo due ore di simposio nelle quali Leoni aveva dovuto combattere contro la voglia di lanciare il bastone come fosse un giavellotto contro il direttore, strappare un braccio al damerino, un colosso di due metri aveva fatto visita al piano interrato del centro; Massimo, l’unico  figlio maschio dell’ex fiamma gialla.

Con una mano aveva spostato il padre e si era messo davanti a far scudo a lui e sua sorella; il dottor Franklin, senza scomporsi, aveva fatto un cenno come per dare il via alle operazioni ma, nell’arco di cinque secondi, si era trovato a fare i conti con la furia cieca del figlio di Mauro, un gigante appartenente al nono colmoschin e specializzato nelle incursioni militari e civili antiterrorismo.

La bestia di due metri per cento chili di massa muscolare aveva ribaltato praticamente tutto quel laboratorio e, prima che sir Tomas potesse fare un passo, gli aveva spezzato un ginocchio e fatto uscire una spalla dalla clavicola e quando s’era trovato di fronte il dottor Franklin lo mise fuori servizio dicendogli:”buon ferragosto testa di cazzo…”

 

La mazda cabrio di Eric, il figlio del pugile Jimmy Savastano, percorreva lentamente il viale ornato con statue raffiguranti atleti in posizioni dinamiche; un pugile, un karateka, un judoka, un calciatore, un centometrista e alla fine due buffe statue.

Una mostrava una figura con un  camice, tutta curva in avanti, aveva la gamba girata al contrario, palesemente innaturale, come il braccio penzoloni, mentre nell’altro teneva un fioretto con scarsa fantasia.

L’altra statua, in giacca e cravatta, aveva uno strano bastone piantato nel petto e, in un ghigno di dolore, teneva un giavellotto con una mano.

Eric, che accompagnava suo padre non poté fare a meno di notare quei due obbrobri e quando incontrò Timoty Biron il “pugile bianco”, un tizio scuro di pelle brizzolato dall’età di vent’anni, colui che gestiva il centro”il riposo del guerriero 2.0″ gli chiese come mai ci fossero quelle due statue a stonare in quel bellissimo viale.

Biron rispose rassicurando Eric che erano li in via del tutto provvisoria, che il signor Leoni aveva già incaricato un bravissimo scultore e che di li a poco le avrebbe sostituite con altri due originalissimi atleti.

Matteo

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LUISA MILLER

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Luisa Miller.

Il teatro dell’Opera era pieno, il pubblico si era alzato i piedi in una lunga ovazione, Olga e gli interpreti uscirono di nuovo  facendo un lungo inchino.

Era in cartellone la prima di  Luisa Miller, lei Olga Tereskova  era stata la protagonista assoluta, un soprano eccellente , ricercata da ogni regista e direttore di Teatro.

Quella sera , portare in scena un’opera lirica  poco conosciuta di Giuseppe Verdi era stata una sfida.

Aveva lavorato tanto e la sua voce stupenda non l’aveva tradita. Aveva interpretato in  quel teatro la Traviata, una stupenda Violetta  e poi la Carmen dove aveva cantato come mezzo soprano ,”  L’amour est un oiseau rebelle”(l’amore è un uccello ribelle) aveva ottenuto molti applausi.

Era abituata a girare per i teatri, ma la Scala era per lei il più bello, seguito dal fascino del Bolschoi di Mosca.

Si richiuse il sipario e Olga si diresse verso il suo camerino, dicendo di non voler essere disturbata.

Di solito i suoi estimatori andavano nel camerino ad omaggiarla con mazzi di  rose rosse , ma quella sera non  voleva nessuno, voleva sono riposare e godersi il meritato trionfo.

Si diresse verso il camerino, il più bello e grande  riservato alle dive.

Chiuse la porta dietro di sé accendendo la luce, la stanza era invasa da un intenso profumo di rose, tante, erano sparse per tutto il camerino.

Olga avrebbe voluto chiamare qualcuno per toglierle ma poi era stanca e decise di spostarle tutte vicino  alla finestra.

Si mise davanti allo specchio ed iniziò a togliersi quel vestito ottocentesco, era bella, molto bella ed aveva fatto impazzire molti uomini, ne era cosciente e a volte si divertiva a farli cadere ai suoi piedi; fu così anche per  Borislav , uomo della vecchia guardia russa,  nostalgico bolscevico e  frequentatore dei salotti russi.

Quei salotti russi puzzolenti di vecchia nobiltà mascherata da borghesia e di bolscevichi pentiti , puzza di sigari e chiacchiere vuote di persone che scimmiottavano le signore europee, ecco perché lei non si fermava molto a Mosca. Poi c’era Borislav, somigliava vagamente a Rasputin, in quegli occhi intensi e magnetici, quando la guardava , lei sentiva uno strano senso di disagio, come se lui leggesse i suoi pensieri più nascosti; quegli occhi a volte incutevano ansia.

Il camerino, a parte la consolle per il trucco era arredata  in stile rococò , dava un senso di pesantezza e di poca luce , quel grande armadio alle sue spalle pieno di forme tonde, scuro e inquietante, Olga  immaginava che potesse aprirsi da un momento all’altro  facendo uscire mostri che l’avrebbero fagocitata nel buio più profondo, in un mondo pieno di spettri e fantasmi.

Era stanca, prese la boccettina   delle  gocce di erisimo , ne contò 25 nel bicchiere già  pieno di acqua e le sorseggiò lentamente. L’erismo era un tocca sana per la sua voce, ma quella sera aveva un sapore leggermente dolciastro .Sentiva la sua mente annebbiarsi e il pavimento girare sotto, cosa stava succedendo? Era una sensazione di impotenza, avrebbe voluto alzarsi e chiamare qualcuno ma i suoi arti non rispondevano ai comandi e non usciva nulla dalla sua bocca, nemmeno un suono disarticolato.

I suoi occhi erano bene aperti , apparentemente  vigile, ma immobilizzata; sentiva un profumo di rose frammisto a sigaro , un cigolio attirò la sua attenzione, l’armadio si stava aprendo,  iniziò a sudare , si sentiva impotente , non poteva far altro che osservare e sperare che tutto fosse un bruttissimo sogno.

Un vociare indistinto di bambini usciva da quel maledetto armadio “mamma mamma , dove sei , perché mi hai abbandonato? Ho paura, sono con altri bambini che mi tirano i capelli e ridono di me….senti come ridono … mi mordono, “ In un attimo Olga ricordò quando giovanissima   andò ad abortire, non poteva permettere che la sua carriera fosse stata bruciata da un bimbo, aveva dimenticato ,aveva dimenticato quel pezzo di vita. Le voci si allontanavano pian piano e una nuvola di fumo invase la stanza. Le lacrime solcavano il volto di Olga, ma senza fare rumore,  dietro di lei c’era lei stessa, con il costume da scena, interpretava Luisa Miller, il viso era diverso, scavato , quasi mummificato, una smorfia di dolore le faceva torcere la bocca   “ perché  non mi hai salvata? Tu potevi farlo,  potevi salvare il mio amore per Rodolfo, ma anche tu hai seguito il copione, hai permesso che mio padre mi salvasse dal suicidio ma non hai impedito a Rodolfo di avvelenarmi, senti ora il sapore del veleno, senti l’impotenza che invase il mio corpo, potevi dire a Rodolfo che eravamo caduti in una congiura, adesso voglio vederti soffrire, come soffrii io .

Luisa gridava , Olga avrebbe voluto parlarle, ma non poteva, era una spettatrice muta  di quel carosello senza fine. Quell’armadio era  anticamera  dell’inferno, sprigionava odori, voci e figure mostruose, spettri e lei non poteva fare nulla se non guardare quello spettacolo orribile.

Luisa gemeva e recitava come un mantra “ morirai con me, morirai con me…”

E’  solo brutto sogno, è solo un brutto sogno …. adesso mi sveglio e finisce tutto, pensava Olga.

Improvvisamente una luce accecante  invase la stanza  illuminando un corpo senza vita che penzolava dal bellissimo lampadario in mezzo alla stanza, le sue gambe oscillavano e toccavano le spalle di Olga, ogni angolo della stanza era invaso da figure mostruose che ridevano e recitavano insieme a Luisa “ morirai con me….morirai con me.”

Quella stanza era diventata la porta dell’inferno ,  anime sofferenti che in qualche modo appartenevano alla sua vita, compresi i vagiti di quel bimbo mai nato…sul suo grembo avevano gettato un feto ancora circondato da sangue e liquido amniotico…il cordone ombelicale che guizzava sulla sua pancia cercando di  penetrarla. Olga apparteneva a quel mondo infernale .

La stanza era ormai invasa da fumo, odori e liquidi che macchiavano il pavimento…. Olga  voleva togliere quell’ammasso di sangue dalla sua pancia, mentre il cordone saliva come una serpe lambendo  i suoi seni  fino ad arrivare al collo…si sentì  stringere forte mentre i vagiti si trasformava in flebili  risate…

La forte stretta le fece flettere la testa dietro la spalliera della sedia e i suoi occhi si iniettarono di sangue…era finita…tutto era finito.

Borislav era lì….alle sue spalle, con un fazzoletto le asciugò  le lacrime di sangue…mise la bottiglietta di erisimo al suo posto e tolse l’altra. Diede un ultimo sguardo alla sua amata e lasciò  la stanza. Certo non avrebbe voluto che soffrisse così,  in fondo l’amava,   ma quel potente veleno, retaggio dei bolscevichi aveva fatto tutto…aveva fatto uscire tutti i fantasmi dalla mente di Olga. Lei aveva meritato di morire di così. Il giorno dopo si parlò  di suicidio della grande soprano Olga…dopo la magnifica interpretazione di Luisa Miller . Melodramma di Giuseppe Verdi.

FINE

Alice.